Recensioni

Nel 2006 usciva Orchestra of Bubbles: il disco era il frutto della collaborazione tra Ellen Alien e Apparat. All’epoca i due rappresentavano probabilmente l’élite del panorama musicale berlinese e in quell’album venivano declinate in chiave quasi pop, sicuramente super leggera e spesso orecchiabile, suggestioni techno e idm tipiche della tradizione musicale della capitale tedesca. Il risultato fu un lavoro dove la dimensione dance e quella più radiofonica si compenetravano, finendo per raccontare meglio di qualsiasi analisi sociologica l’atmosfera eccitante, vivace e fresca della Berlino dei primi anni zero. La città sta ora vivendo, già prima dell’emergenza pandemica che ha inevitabilmente messo in ginocchio tutta l’industria del clubbing e dell’intrattenimento musicale/notturno, un momento storico assai differente e meno eccitante: dal punto vista artistico, infatti, da qualche anno si percepisce una certa stanchezza e ripetitività nella scena techno, mentre il tessuto urbano e sociale è costantemente messo a dura prova dal revanscismo dell’estrema destra più intollerante e dalla morsa sempre più stringente di palazzinari e della gentifricazione neo-liberista.

Colonna sonora ideale per questo nuovo corso risulta così essere un altro album collaborativo, il primo realizzato assieme da Rødhåd e Vril, tra i principali e più validi esponenti contemporanei dell’elettronica e della techno made in Berlin. Già fondatore del collettivo e club-night (e successivamente anche etichetta) Dystopian, Rødhåd ha esordito sulla lunga distanza nel 2016 con l’ottimo Anxious, prima di lanciare la sua nuova creatura, quella WSNWG che prende il nome dall’omonimo studio di masterizzazione e che pubblica anche questo Out of Place Artefacts. Ad accompagnarlo in questa avventura sonica tra archeologia e distopia, il collega e connazionale Vril. I due, esattamente come Ellen Alien e Apparat nel 2006, conoscono bene sia la dimensione carbonara dei club sia quella più chiacchierata e generalista di webzine e magazine; l’album è però un contraltare oscuro e straniante a Orchestra of Bubbles. Costruita intorno a un concept che s’ispira ai reperti archeologici più misteriosi e inspiegabili, l’opera snobba totalmente il dancefloor e si concentra su una materia ambient dalle tinte dark e dalla genesi ovviamente modulare. Sin dall’iniziale Ennoch con i suoi droni dilatati e quasi liturgici, l’ascoltatore si trova catapultato in paesaggi sonici desolati: il singolo Apophenia e Geomantic esplorano paludose soluzioni dub, Dementor invece si orienta su un noise ronzante e tenebroso; in Orela emergono ritmiche più complesse e massicce, mentre Moscovium innesta un beat sotterraneo su atmosfere kosmische che si allungano anche alla successiva Atakama. Break ritmici intricati e taglienti impreziosiscono le atmosfere thriller di Procyon, prima che le conclusive Kybalion e Dogon tornino su più placide, ma non per questo meno inquiete, coordinate drone. Out of Place of Artefacts va così ben oltre il concept pensato dai suoi autori, fotografando in maniera pressoché iperrealista la mutazione di una città, Berlino appunto, da sempre in bilico tra avanguardia artistica e reliquie underground. (7.0)

Un’altra collaborazione in ambito ambient che merita assai di essere segnalata è quella tra il compositore belga Otto Lindholm e il producer Maze: al secondo sforzo congiunto, i due realizzano un ottimo album, meno tormentato rispetto a quello appena trattato e decisamente più avvolgente e mite. A River Flowing Home To The Sea arriva a due anni dall’esordio collaborativo e conta cinque brani, quasi sempre molto lunghi (in due casi non si arriva a sei minuti, ma negli altri si oltrepassano sempre gli otto): è un flusso sonoro elegiaco quello proposto, dove le caratteristiche timbriche calde e spesso legnose (nel senso del materiale proprio) tipiche della produzione solista di Lindholm, vengono trasfigurate attraverso la sensibilità digitale e quasi hd del connazionale Maze. Apre l’album il quarto d’ora abbondante della suite There’s A Room For You: emerge subito il carattere quasi liturgico, sicuramente sognante e spesso etereo della proposta dei due belgi, arricchito da voci lontane e reminiscenze orientale. Le stesse che tornano poi anche in The Raw Silk, dividendosi la scena in questo caso con più ossessive interferenze drone. Racing, Chasing, Hunting mostra invece il lato più harsh del disco, grazie a sonorità più distorte e ispide. Con il dittico conclusivo si torna invece in territori quieti e accoglienti, confermando la natura quasi bucolica, ma soprattutto pacificante. (7.2)

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