Recensioni

7.2

Dopo due album di culto come Beautiful Seizure (2005) e Paperwork (2008) a piazzarli nello scacchiere delle band art/avant-rock contemporanee che contano (Deerhoof, Extra Life, Dirty Projectors, Parenthetical Girls, Wild Beasts), i Volcano! si erano praticamente volatilizzati. Li ritroviamo oggi più colorati, tropicali e decisamente pop – sempre sulla fida Leaf – nell'ultimo Piñata, un disco che, a quanto pare, ha richiesto ben quattro anni di lavorazione.

Il trio è rimasto lo stesso dell'esordio, con Aaron With alla voce e chitarra, Sam Scranton alla batteria (e percussioni) e Mark Cartwright ai synth e al basso. L'obiettivo del disco? Qualche capello in meno e la sfida di asciugare gli eccessi surfando sul formato pop: niente di più difficile per una band massimalista come la loro.

Abbiamo tenuto l'energia, la tensione melodica e i ritmi cervellotici e reso il framework più decifrabile” ha dichiarato un rinnovato With che ora convoglia il caratteristico crooning stralunato su modi funk-soul più marcati, mentre Cartwright e Scranton, calato impeto e muscolarità, accompagnano più quadrati senza rinunciare del tutto alla generosità timbrica e alle piccole complicazioni. Così se nell'attacco Piñata si sente un po' di vento Tv On The Radio e St. Mary Of Nazareth è una serenata arty alla Dirty Projectors sporcata dal consueto canovaccio di batteria e chitarre Dirty Three, il cuore dell'album spinge su un funky tropicalista come se i soliti stracitati Vampire Weekend si fossero strafatti di Xtc e lsd. Parliamo di So Many Lemons e, soprattutto, Child Star, due tracce dove la prosopopena del primo David Byrne incontra David Thomas. Due ottimi colpi a segno con Platebreaker e la citata St Marty, a liberare ancor più la jam e completare una mappa d'istrionismi di un beefheartianissimo Aaron With che in Fighter, in versione beffarda à la Mike Patton, tocca un altro picco lirico tra rantoli, struggimenti calcolati e sublimi starnazzate.

La produzione al solito è eccellente. Un peccato per gli interventi elettronici ridimensionati (qualche effetto ai synth, un basso che alla bisogna si fa profondo e dub), comunque ottimamente compensati da un trattamento degli strumenti che ci ricorda i compianti U.S. Maple.

C'è voluto un bel po' ma ne è valsa decisamente la pena. Un terzo album che mette tra parentesi i dada progghismi dell'arrangiamento per concentrarli sul canto. Dunque un formato astutmente funk, tragicomico, dannatamente estivo, a fondere e confondere l'america bianca e nera. Aaron With ha ancora potenzialità enormi da esplorare.

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