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7.4

Nel 2017 i Visible Cloaks avevano creato un piccolo caso discografico con Reassemblage, un lavoro che si collocava all’interno del continuum estetico e concettuale tracciato da lavori seminali quali Far Side Virtual di James Ferraro e Replica di Oneohtrix Point Never. Con i suoi origami sonori e arpeggiatori celesti, xilofoni, flauti di bamboo, duduk e particelle digitali — tutti selezionati all’interno di un ambiente sonico ultra sterile — il duo sfruttava Ableton come una sorta di laboratorio aperto, giocando a carte scoperte e portando alla luce connessioni inedite.

La lezione di Ryuichi Sakamoto, Koharu Kisaragi, Takashi Kokubo e soprattutto Haruomi Hosono, ma anche la musica aleatoria di Cage e quella generativa di Eno, veniva assorbita per creare un mondo levigato, immersivo, totalmente virtuale, impermeabile al facile “orientalismo”, lontano da indulgenze kitsch e al riparo dai sarcasmi e dall’estetica visiva di stampo vaporwave. Sempre in quel periodo era uscito il surrealistico mini-EP Lex, che indagava un futuristico esperanto in cui sillabe, parole e frasi pronunciate in varie lingue si intersecano, si perdono e si dividono tra pennellate sintetiche, in bucolici neo-feudalesimi nippo-minimalisti.

Quasi dieci anni più tardi, con Paradessence, Spencer Doran e Ryan Carlile proseguono la loro ricerca avvalendosi di alcuni dei collaboratori già presenti in precedenza (i veterani Yoshio Ojima & Satsuki Shibano, Motion Graphics) e di nuovi innesti (Ioana Șelaru, Componium Ensemble, Félicia Atkinson). L’avvicendamento tra organico e sintetico rimane centrale, ma la resa sonora, pur restando traslucida, risulta meno laboratoriale, e lo si capisce fin dall’inizio: la scelta dell’opener Apsis, una fanfara spaziale aperta da siderali viste ambient, suggerisce subito un approccio più fluido e meno “in vitro”, mentre l’ultimo brano, System, una sorta di requiem, chiude il disco in forma di “in memoriam” delle utopie digitali degli anni ’90.

I brani non sono più case study isolati, ma flussi di un ecosistema più caldo e complesso che sfrutta la kankyō ongaku nipponica come texture, non più come elemento strutturale. Non a caso il titolo stesso, Paradessence, nasce dalla fusione tra “paradoxical” ed “essence”, termine coniato dallo scrittore Alex Shakar e adottato dal duo per sintetizzare una poetica fondata sulla coesistenza degli opposti. Spencer Doran ha parlato esplicitamente della volontà di abbandonare la costruzione “orizzontale” dei brani intesi come semplici ambienti immersivi, per trasformarli invece in materia vivente, mutevole, continuamente in flusso.

Paradessence si comporta come un continuum percettivo in costante mutazione, fatto di interruzioni, addensamenti e improvvise aperture. È anche il segno di un cambiamento di statuto emotivo rispetto a Reassemblage: dall’utopia levigata e contemplativa del primo disco si passa a un ascolto più instabile, poroso, in cui la serenità non è più data ma continuamente negoziata. È una riflessione sulla frammentazione — Slippage ne è un esempio letterale — della percezione digitale (Disque, con i suoi echi di Windows 95 e le “bollicine” digitali di Motion Graphics, ne rappresenta una possibile interpretazione), espressa attraverso soluzioni anche cameristiche, dal taglio impressionistico e surrealista (Balloon), e spesso attraversata da sintesi acustica (ancora Slippage, nella parte finale).

Non mancano i rimandi alle evoluzioni glitch orchestrali di un Oval (Telescoping), né alla luminosa ambient intrisa di pianismi new age (Shapes o la haroldbuddiana Zinna), fino ai formicolii ASMR di Thinking, agli arpeggi stellari di Swirl e ai richiami gamelan di Steel. Sono le molteplici declinazioni e suggestioni di un ritorno incantevole e immaginifico, dove musica e silenzio diventano comprimari nel definire un ambiente sonoro che coesiste nel presente con l’ascoltatore. È il risultato di una maggiore libertà del duo nell’assemblare concetti e influenze, finalità e riferimenti. Un canone riconoscibile e potenzialmente infinito: quello dei Visible Cloaks. E non è poco.

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