Recensioni

Il mondo di oggi con le parole – e anche un po’ dei suoni – di ieri. God Bless America, nonostante tutto. L’America che oggi più che mai è tutto e il suo contrario: there’s madness in Paradise, la chitarra folk in mano (magari in una delle due, con il fucile nell’altra) e l’orange monster come presidente, le scarpe Nike con il nome della band in edizione limitata, la casa nella prateria e l’enigmatico Hotel Last Resort (chissà se sarà un posto reale o immaginario, un lost highway motel pensando a Hank Williams come a David Lynch).
I Violent Femmes conoscono le contraddizioni della loro America e la amano al punto da cantarla a squarciagola. Anzi, con una punta di spiritato terrore, come vedremo nell’ultimo pezzo di cui diremo in chiusura. Conoscono le sue contraddizioni così come conoscono la sua bellezza musicale – quel filamento sottile di DNA che unisce il country rurale al boogie e al rock and roll frenetico delle città. Sono la quintessenza di un’America un po’ trad e un po’ alternative, Gordon Gano e Brian Ritchie, tanto folk nei mezzi quanto punk in fondo cuore – e new wave un po’ nell’anima già dai tempi dei Velvet Underground. Un’America che rappa con le chitarre folk (Another Chorus). L’America dell’upbeat spinto, con il basso acustico e le percussioni a scandire le danze, e la chitarra acustica a sferragliare come un treno: qui dove flamenco, r&b, doo wop e mille altre idee e citazioni crepitano e saltano fuori come popcorn in pentola nel battere di un giro di accordi – imbarazzo della scelta, da I Get What I Want a Not OK, alla ripresa di I’m Nothing, con il fan e ospite d’onore Stefan Janoski.
Questa forma scoppiettante non è nemmeno la notizia che ruba la scena. Quest’ultima riguarda più che altro la title-track: un brano magnetico, uno di quei blues ipnotici idealmente senza fine che incontra sul suo terreno i Johnny Cash e i Leonard Cohen e volteggia sulla chitarra sublime di Tom Verlaine. E il finale: God Bless America di Irving Berlin in versione country death song, per metà di un bello agghiacciante e per l’altra metà reinventata in una jam strumentale di folate di free jazz su cadenza quasi raga, memore della grande passione di Brian Ritchie per gli strumenti orientali. «È il nostro miglior lavoro dai tempi di Hallowed Ground», ha detto proprio Ritchie. La prima impressione: potrebbe sbagliarsi, ma non di molto.
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