Recensioni

6.8

Lucca vista da fuori è una città adagiata su una tranquillità sorniona e persino un po’ conservatrice. Ma se allunghi lo sguardo ad altezza d’uomo fin dentro le antiche mura, le cose assumono una piega diversa. Ad esempio che la generazione iperconnessa dei circa ventenni si riveli qualcosa in più di un ammasso di cervelli intenti a scambiarsi status e figaggine effimera, come tende a pensare chi è uso a liquidare con una certa fretta la questione. I Violacida, ad esempio, sono quattro più o meno ventenni che si sono messi in testa di rappresentare in formato indie rock uno spaccato di scoramento, rabbia e amarezza tipico della loro generazione.

Lo fanno col tono aspro e umorale che rimanda a I Cani e Zen Circus, ammiccando però con decisione ad un brit-pop che ha barattato la sbruffonaggine con un fatalismo parecchio indolenzito (Povero Cristo, Odio quando mi guardi). Altrove rivangano la sguaiatezza dell’italian-beat come fosse un antidoto per la desolazione esistenziale (Una canzone per perdere tempo, Giusy), mentre con La Ballata degli ostinati e Dormire smazzano malanimo tra il bucolico e l’acidulo come dei cuginastri dimessi degli A Toys Orchestra.

C’è maturità in questa loro freschezza, portata in dono forse dall’esperto producer Manuele “Max Stirner” Fusaroli o più probabilmente dall’inclemenza dei tempi. E c’è ancora, ovviamente, da crescere, iniziando magari con l’evitare certa retorica giovanilista un po’ a gratis (Il quartiere). Ma il dado è tratto e questi disincantatissimi lucchesi sembrano tipi che si giocano la partita fino in fondo.

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