Recensioni

Un girovago dalle orecchie ricettive, Vinicius è in ciò perfetto esempio per i fecondi incroci del villaggio globale: nato nel profondo dell’Amazzonia, ha suonato progressive negli O Terço, prestato l’abilità strumentale a Caetano Veloso e Gilberto Gil, infine scritto fior di successi altrui. Da qualche tempo risiede nel crocevia culturale di New York dove gode della stima dell’intellighenzia più acuta, da David Byrne ad Arto Lindsay e Brian Eno. Tutti a tesserne le lodi, e ne han ben donde: senza toccare gli spigoli di Tom Zé o il classicismo velosiano, il suo accostarsi alla musica verdeoro è di quelli che le cartoline le schivano. Anzi, le prendono con ambo le mani e le stracciano sorridendo.
Succede nella maggior parte di questi quaranta minuti agili e guizzanti, toccanti e delicati, allegri e mesti come la migliore musica d’autore deve essere a prescindere dalla provenienza. Accompagnato da un parterre di strumentisti eccezionali nell’integrarsi (tra i più noti un Brad Meldhau non troppo ligio alla tradizione, Bill Frisell, il superbo Eric Friedlander al violoncello), Vinicius si dedica a impreziosire di dettagli ogni brano, aggiungendo elementi che inscenano piccole rivoluzioni stilistiche in brani gradevoli. Galope scende spigliata da Cuba al continente sottostante, per risalire verso la Grande Mela; l’agrodolce Voçe E Eu innesta pianismo jazz su una bossanova sospesa e impalpabile; Chuva è motore ritmico e fiatistico in trascinante progresso punteggiato da pause solari.
Perfetto amalgama d’avanguardia e tradizione che non rinuncia a comunicare, Cymbals si volge efficace al passato (Vivo Sonhando è vergata da Jobim e percorsa da archi felpati) e altrettanto fa col futuro di scenari poco uditi: valgano, a mo’ di splendidi esempi, l’infelicità romanticamente aguzza che dona l’anima a Prantos e l’abbraccio tra echi dub e percussioni da giungla di un’autobiografica O Batuque, a quattro mani con Nana Vasconcelos. Una musica siffatta, capace di indagare l’attualità senza la minima traccia di forzature e distacco emotivo, andrebbe inculcata in tanti sedicenti innovatori incapaci a comporre canzoni.
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