Recensioni

Vincenzo Ramaglia, romano di Roma, è al suo primo “album”, ma il suo curriculum parla già di un compositore per nulla alle prime armi. Diplomato al Conservatorio di Santa Cecilia e laureato in lettere con una tesi sul teatro musicale da Camera del Novecento, dal 2000 è direttore dell’Accademia di Cinema e Televisione “Griffith” con sede nella capitale e insegna linguaggio audiovisivo presso diversi istituti, tra cui l’Università di Trieste. Un percorso non da poco per un trentacinquenne (alla faccia di chi considera “bamboccioni” i nuovi trentenni!), che gli conferisce una consapevolezza non da poco nel parlare dei propri lavori. Basta leggere le note di copertina di Formaldeide per rendersene conto.
La formaldeide è un elemento chimico usato per conservare campioni di materiale biologico, compresi i cadaveri. Un elemento che conferisce stabilità alla materia.
E’ proprio da qui che prende forma (e nome) il ciclo di otto composizioni per quartetto (flauto, sax, clarinetto e pianoforte). Dal significato così come dal suono di questa parola, di questa formula chimica, che è anche “sensazione al tempo stesso carezzevole e straniante, evocativa e vigile, dolce e anempatica”.
Parlare di “musica contemporanea” (come egli stesso definisce le sue composizioni) richiederebbe una serie interminabile di se e di ma e un numero indefinito di note a margine rispetto ad una parola fin troppo abusata e legata a ciò che fu (e che non è più) l’avanguardia. Meglio parlare di musica da camera, dunque, termine meno compromissorio che ben si addice a questo ciclo di otto “movimenti” dell’artista capitolino.
Pagine che affondano le proprie radici stilistiche nel Novecento musicale, nella spazialità del suono, nell’anti-tematismo delle avanguardie, ma senza lasciare troppo spazio né all’intellettualismo formalista di darmstadtiana memoria, né agli sperimentalismi post-bellici. La ricerca della “medietas”, del giusto compromesso tra piacevolezza e ricerca, spinge Ramaglia a dipingere un quadro bidimensionale, fatto di figura e sfondo, di immagini e astrazione, nel quale le brevi frasi melodiche del sax si fanno spazio tra i suoni e i silenzi degli altri strumenti, in un gioco di rimandi e ritorni che lega gli otto movimenti.
Nessuna particolare alchimia, nessun trattato a sostegno della comprensione. La musica è lasciata a se stessa e accompagnata da poche sensazioni scritte, pensieri che seguono (e non precedono) il risultato sonoro. Che di per sé non sconvolge, non spiazza, anzi, orienta facilmente l’ascoltatore attraverso soluzioni semplici che non sembrano andare alla ricerca di nuovi linguaggi né di nuovi colori timbrici. Uno spazio sonoro noto, rassicurante. Congelato. Come per l’effetto stesso della formaldeide.
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