Recensioni

7.7

Come per ogni grande songwriter, anche la carriera di Vic Chesnutt è un gioco di maschere in cui essere umano e artista sfuggono di continuo. In modo più sottile rispetto ad altri casi, magari, e nondimeno le attese di chi ascolta sono sempre messe in discussione nel momento in cui Vic ripensa se stesso. Specialmente lungo l’ultimo e intenso biennio, allorché – dopo la reinvenzione post-rock della propria cifra autoriale e un bel disco con gli Elf Power, dopo la collaborazione col regista Jem Cohen qui già incensata e un appassionato tour ancora in compagnia degli Elfi – la mossa è trasfigurare con ulteriore profondità il suono di North Star Deserter. Se quell’opera meravigliosa poggiava salda su una mutazione da Maestro, At The Cut ne conferma cast di strumentisti (A Silver Mount Zion e Guy Picciotto) ma guarda altrove, indagando speranzosa nell’animo e creando una mitologia interiore valida per chiunque.

Come se, riemerso dalla constatazione della rovina mondiale, Chesnutt fosse libero di perdersi in cento brandelli chiedendoci di fare lo stesso. Dopo un paio di brani è già accaduto, siamo nel pieno della calma susseguente la tempesta e delle sue tracce indelebili (Flirted With You All My Life è funk lento che nasconde inquietudini; l’apocalittica apertura Coward inganna arrivando dalla pellicola coheniana; Philip Guston spezza la minaccia a colpi d’equilibrata epica). Logico, dunque, che per ritornare a una dimensione rassicurante Chesnutt scelga gli abiti del suo Sud, dondolandosi in calde oasi folk-blues come When The Bottom Fell Out (voce e poco altro a inseguire scie) e It Is What It Is (satirica ma sorridente di lirico crescendo) e ballate saporose di jazz, screziato di “dopo soul” in Chinaberry Tree e dell’essenza della propria classicità per Chain.

Quando fanno il loro ingresso in scena l’abbacinante Concord Country Jubilee e Granny, commiato spartano affine agli inizi del Nostro e struggente come pochi se ne sono sentiti in questo decennio, Vic rivela il cuore del disco e la capacità di ripetere i miracoli. Sempre uguali però diversi tra loro come del resto l’artefice, trattenuto in questo mondo da una voce che è soffio vitale.

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