Recensioni

Nel panorama della renaissance post-punk degli anni ’20 del 2000, le band che hanno definito il movimento sono arrivate all’affermazione e alla maturazione. I capofila Fontaines D.C. hanno consacrato il successo mondiale con Romance: il disco, per quella che era “solo” una guitar band che non ne sbaglia una, con un mondo creativo magnetico e pregnante, fa da ponte verso un piano che mischia sperimentazione compositiva, innesti orchestrali ed elettronici, atmosfere epiche e cinematografiche e un’apertura raffinata a sonorità pop. Gli Idles di Tangk sublimano la loro aggressività e rabbia in una rarefazione eterea che è sonora e psicologica assieme (Grace); i Murder Capital di Blindness danno la sfumatura di nero decisiva alla loro melanconia, tombale quanto romantica; i Black Country, New Road, numi post-punk/post-rock di Cambridge superano definitivamente il lutto dell’uscita del frontman Isac Wood dal gruppo con la dolce virata chamber-prog di Forever Howlong.
E si potrebbe andare avanti, ma sarebbe noioso. Oggi guardiamo a chi non matura, non si muove di un millimetro, e persevera – dicono sia diabolico farlo – nell’esaltazione della decadenza irrazionale propria e del mondo. Una coazione a ripetere. Quella di chi non vuole superare la condizione narcisistica infantile e inserirsi in società. Con effetti sorprendentemente esaltanti.
I Viagra Boys, in particolare nella figura oscena di Sebastian Murphy, pancia da birra tatuata e lattina da 500ml ostentate con fierezza sui palchi, hanno sempre dato un’immagine di sé come rifiuti sociali, basata su sudiciume e autocommiserazione. Sono degli outsider nel movimento di cui sopra, non solo geograficamente – svedesi, dove invece tutto avviene su quel paio di isole fredde nel mare del Nord – ma anche rispetto alla serietà con cui si presentano. Nel loro caso, pari a zero, anzi tendente all’anti-arte.
I don’t wanna pay for anything / Clothes and food and drugs for free / If it was 1970 / I’d have a job at a factory / I am a man that’s made of meat. Non si può rifiutare l’attributo di artista meglio di così. Il riff di Man Made of Meat graffia come unghie su una lavagna e come i migliori dei Gang Of Four. Prima dell’ultimo ritornello si scompone e collassa come il meccanismo di cui gente come Murphy non è interessato a far parte: un posto in cui Overweight freaks ride around on wheelchairs / Motorized by electric motors made by goblins / In a factory overseas / They’re there to buy drywall and other products / That they can eat back at home on the sofa.
Uno II è tra i momenti più disturbanti del disco. Murphy canta del suo veterinario Bogdan: un tipo sinistro croato, che è facile immaginarsi come un gigante calvo con la faccia da cane. Murphy accenna al passato in guerra di Bogdan nell’ex-Jugoslavia, e si sente un viziato al confronto, mentre si lamenta della politica svedese. Poi dipinge ansie paranoiche su Bogdan, immaginandolo ad estrarre e trafficare i denti marci da carcasse di specie animali rare; Murphy insinua il dubbio che possa strappare e mettere in commercio anche i suoi, di denti. La linea di basso rende il tutto ballabile in una sorta di afrobeat malato. Segue Pyramid Of Health, ballata tossica che mette in scena una parodia grottesca della wellness culture: il pezzo si apre con un’invasione della privacy – una telecamera entra nel cavo orale di Murphy e ispeziona lo stomaco decretandolo fritto a causa delle troppe sigarette a colazione. In Dirty Boyz il basso sembra suonato con un manico di scopa, il synth sfarfalla come una lampada al neon in agonia piena di mosche quasi morte dentro e fuori la plafoniera.
I pezzi sul finale si fanno sempre più storti e insensati. Store Policy è caos organizzato, ritmi spezzati e un flauto impazzito (Jethro Tull sotto anfetamine?), la voce modificata di Murphy declama qualcosa che potrebbe essere un manifesto politico quanto lo sproloquio di un barbone fuori dal minimarket. You N33d Me e Best In Show pt. IV recuperano quella che è ormai una cifra dei Viagra Boys, soprattutto live: la cavalcata conclusiva electro-punk con synth grossi, quadrati e puntuti affrescata con il solo di sax sconclusionato à la James Chance and the Contorsions, che danza tra il free-jazz e il rumorismo. In Best In Show Murphy arriva a chiedere aiuto all’arcidiocesi per la sua psicosi causata dal pagamento delle rate del mutuo, in mezzo a grida robotiche (sevizie a ChatGPT o DeepSeek?).
I Viagra Boys non maturano. Dopo il terzo album, un quasi-concept sulla regressione dell’umanità a uno stato pre-sapiens, ci si aspettava un passo avanti. O al limite uno indietro. viagr aboys non va avanti né indietro. Scende ancora più in basso. I Viagra Boys raschiano il disgustoso e il ridicolo dalla loro fogna, che sembra ancora non avere fondo. Hanno capito che il punk non è il bambino innocente che alla società dice la verità senza badare alle conseguenze, ma un adulto fatto e finito, fallito, in un bender di autodistruzione nichilistica che torna a casa da mamma e le vomita sul tappeto persiano prima di chiederle altri soldi. Che il punk non è una questione di purezza, ma di marciume e corruzione.
Eppure, la melodia semplice di piano, la voce rauca e i fiati dell’ultima traccia – seppure arrivi come il rigurgito dopo qualche litro mandato giù su una panchina in periferia – lascia intendere che forse un po’ di purezza i Viagra Boys la conoscono ancora.
Lookin’ at you / Everything feels easy now
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