Recensioni

I Viagra Boys hanno una formula che funziona: bella dose di ritmi orgiastici, spirito punk casinaro esaltato dalle dissonanze e gesta vocali del frontman Sebastian Murphy, una via di mezzo tra il ’77 e Trainspotting, sempre pronto a fare terra bruciata con urla, sfascio ma anche prese di posizione politiche. Una modalità di interpretare il post-punk che da un lato incamera propellente dalla rinomata tradizione e dall’altro guarda alla contemporaneità. Non un caso che il soul rock di Big Boy arrivi con il feat. di Jason Williamson degli Sleaford Mods, nome la cui influenza è ravvisabile in più di qualche band del giro (vedi Amyl and the Sniffers).
Il suddetto brano, però, è solo uno dei tasselli dietro il tratteggio della contemporanea involuzione umana racchiusa nel titolo Cave World, calembour assonante con K-hole, ovvero la teoria di alcuni scienziati dell’Università di Cambridge secondo cui una dose particolarmente intensa di ketamina provocherebbe la totale disconnessione delle facoltà cerebrali per un lasso di tempo limitato. Immagine perfetta per un mondo che arretra culturalmente e un essere umano che progressivamente perde razionalità in favore degli istinti più biechi e distruttivi (uno dei riferimenti del disco è proprio l’assalto al Campidoglio degli Stati Uniti del 6 gennaio 2021, una ferita che resterà per sempre nei libri di storia americana).
Una visione veicolata da un suono maggiormente compatto rispetto ai precedenti lavori della band, qui dedita tanto ad assalti dance punk di tutto rispetto (Baby Crminal, Punk Rock Loser), quanto a jam infervorate in chiave Nick Cave (Creepy Crawlers), e magari rese urticanti da tagli post-punk in quota Birthday Party (Return to Monke), ma nondimeno capace di imbastardite coloriture disco pop (The Cognitive Trade-Off Hypothesis) e devoluzioni sintetiche che mescolano Devo e Peter Gabriel.
Chissà se proprio dall’ex Genesis derivi la visione scimmiesca della mazzata funk punk bruciata dai sax di Return to Monke. Un pezzo da novanta da affiancare alle altrettanto devastanti linee di basso altezza LCD Soundsystem (I Ain’t No Thief) e all’irrefrenabile post-punk politico frastagliato di dissonanze ed elettronica basica di Troglodyte, un brano che non le manda a dire a complottisti, antiscientisti e devoti delle armi da fuoco. Tre gemme che fanno la differenza all’interno di un disco decisamente buono.
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