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7.2

Quel che resta del rock può essere un piatto inaspettatamente gustoso. Caduti gli stereotipi vetusti e maschilisti di uno stile musicale mai così fuori moda come negli ultimi anni, interrotta la discendenza dei figli legittimi e illegittimi pronti a raccogliere la teatrale fregnaccia del live fast, die young e la tipica genealogia della chitarra elettrica, restano i detriti di un genere da terremotati della nostalgia. Ed è forse proprio quando crolla tutto che può nascere qualcosa di interessante e fuori dai canoni, mentre si ricompongono i pezzi di un puzzle che comincia ad aver senso quando non ce l’ha più. Fuor di metafora, in questa recensione si parla indirettamente di una blank generation pronta a vivere il rock da un punto di vista piuttosto personale e senza troppi debiti da saldare col passato. L’appartenenza e la riconoscibilità non sono più un valore, lo stile diventa un mezzo per esprimere una personalità difficilmente inquadrabile in qualche vecchia foto scattata a bordo palco mentre parte l’assolo.

Prendete le bresciane Viadellironia, arrivate al disco d’esordio con Le radici sul soffitto: il blasone messo bene in mostra nei comunicati stampa è quello di un’etichetta come Hukapan e del Cesareo (Elio e le Storie Tese) chiamato a produrre, uno che probabilmente ha regalato all’album anche quel tocco di “complessità” negli arrangiamenti – usiamo consapevolmente a sproposito la parola “prog”, ma ci serve per farvi capire che aria tira – che si ascolta. Eppure le quattro ragazze mostrano un’intelligenza fuori dal comune e una grande profondità, a partire da certi testi sferzanti abbonati alla rima interna e a un tono vagamente aulico, da cui pare che tutto il discorso musicale sia partito – o perlomeno, questa è la nostra impressione ascoltando come si sviluppano i brani.

Una musica sfaccettata, elettrica ma dalle timbriche quasi cantautorali che, se fossimo proprio costretti, accosteremmo forse a certe cadenze dei Diaframma, di Nada o di Ivan Graziani con qualche svirgolettata in stile “Elii”, pur sapendo di aver semplificato eccessivamente il discorso. Sì, perché nei 10 brani del disco a volte sembra quasi di veder spuntare un’anima glam-rock poco interessata ai lustrini e all’ombretto ma a cui non dispiacciono certe sofisticazioni in stile bowieano nelle strutture dei brani o magari la svisata modale improvvisa. A testimonianza, il bellissimo singolo con il feat. di Edda, Ho la febbre, le potenziali ascendenze grunge delle chitarre di Bernhardt, o magari un brano articolato come Come vene del marmo.

Ecco, le Viadellironia ti sorprendono quando meno te lo aspetti con un riff, una frase ad effetto o un cambio di tempo, la mettono sul piano della personalità, riescono a sedurti senza prenderti per i fondelli, anche se l’impressione è che possano fare ancora meglio di questo disco. Disco che, sia chiaro, è assolutamente divertente, si ascolta che è un piacere e ci pare una bella boccata d’ossigeno in un mercato discografico nostrano sempre più preoccupato di sembrare “figo” e sempre meno capace di esserlo davvero. «Come è possibile far parte della storia, se non assomigli a niente?» recita Figli della storia: semplice, basta chiamarsi Viadellironia. Brave, ragazze.

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