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7.1

Nato Ryan Africa (ma originario di Manila, nelle Filippine), il losangelino Vex Ruffin è una delle autentiche punte di diamante del roster di Stones Throw: l’iconica etichetta californiana è amante delle mosche bianche, e ha da subito intuito le potenzialità di questo produttore e polistrumentista trasferitosi sin da giovanissimo nel Golden State. L’uomo è servito come trait d’union, supervisore e collaboratore in prima persona di molti dei progetti licenziati dall’etichetta losangelina – tra cui il rapper sperimentale Koreatown Oddity e il producer James Pants. La musica di Vex Ruffin è il concentrato perfetto di tutto ciò che è passato sotto il radar di ST: beat hip-hop (e come sennò), funk, psichedelia, R&B… chi più ne ha più ne metta; la sua musica è sintomatica di un processo di assimilazione su più tangenti, e sarebbe limitante (per quanto in parte veritiero) accostare Ruffin a un Toro y Moi, per dire, o ad altri produttori diy che hanno un controllo totale sui loro mezzi.

Dopo l’omonimo (2013) e Conveyor (2017), il progetto Vex Ruffin si desta da un letargo che pare averne rinfrescato mezzi e capacità. A rompere gli indugi in questo 2020 statico, l’EP Emilio, su cui figura uno tra i migliori brani del suo repertorio, Doo it Right – canzone che lascia una traccia abbastanza significativa di ciò che accadrà in questo nuovo LP, LiteAce Frequency. Il groove è sempre in primo piano, così come l’utilizzo di loop e campionamenti, ma la struttura, i suoni, le atmosfere sembrano voler riprendere il filone ipnagogico da camera degli ultimi anni (Homeshake, Yellow Days). L’album è infatti pervaso da una patina lo-fi che sembra aver definitivamente settato uno standard (qualitativo ed estetico) all’interno del music business, ma usare certi mezzi con qualità e parsimonia può essere estremamente vantaggioso.

E in effetti, LiteAce Frequency non vuole stupire con grandi effetti sonori, e non si prefigge di riscrivere i dettami della disco o del funk come Kevin Parker, ma punta più sulla diversificazione – una macedonia di riferimenti, suoni e colori che passano per il tubo catodico di Ruffin: dai suoni caraibici, calypso-space del brano di apertura Know Yourself, allo space age pop in chiave moderna à la Cibo Matto di Free-quency, giocando anche con l’AOR dei Big Star (Hard to See) e il freak-rock di Ariel Pink (I’m Going Hard), il tutto composto come uno zapping furioso, notturno, in una notte d’estate. Spot pubblicitari accuratamente copiaincollati sono buffi timestamps che suggeriscono l’idea del viaggio – laddove i Queens of the Stone Age si rivolsero a un medium differente (la radio in Songs for the Deaf, 2002), Ruffin usa la tv come un amplificatore percettivo.

Un LP rinfrescante, vitale, costruito in maniera semplice ed efficace, che si ricollega a varie radici, linguistiche e culturali: Ruffin si produce in uno slang che rimescola inglese, spagnolo e la lingua madre, come in una trasmissione proveniente da un emittente pirata di un’imprecisata zona equatoriale in cui tutto converge e si mescola meravigliosamente.

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