Recensioni

Dev’esserci qualcosa di strano nell’acqua di Pesaro e dintorni, se è vero che la cittadina marchigiana a furia di Be Forest, Soviet Soviet, Young Wrists e i qui presenti Versailles si va sempre più configurando come una specie di Londra underground degli ’80, più che come una placida cittadina di medie dimensioni di una delle regioni più belle d’Italia.
I due Versailles – Damiano Simoncini a batteria e voci, già con Melampus e Maria Antonietta; Manu Magnini (Container 47) a chitarra e voci – incupiscono il proprio sound rispetto alle precedenti uscite discografiche (1976-1991 su tutte), non tralasciando la grana “garagey” del suono (2 e 5 sono evidentemente figlie di Cramps, Stooges e Birthday Party), ma virando decisamente verso lande post-punk/shoegaze piuttosto oscure e reiterate. Riverberi in abbondanza, echi cavernosi, delay quanto basta per un disco di canzoni dal sapore classicamente retrò, catchy il giusto e, fatta salva qualche rara eccezione, dirette e sferraglianti.
Roba che guarda ovviamente al passato cromaticamente tendente al nero della dark-wave e del post-punk primigenio, ma che ha il tiro giusto e anche una buona dose di coraggio nel giocare coi cliché di genere – cosa che evita al duo il classico pantano di genere del trito e ritrito – infilando in mezzo un vago sentore di psichedelia inacidita che li avvicina a certe sonorità alla Rocket Recordings/Fuzz Club Records. Se ciò si palesa nella conclusiva, ossessivamente dilatata e visionaria 8, che intavola un rituale a tinte nero-pece che dai Velvet Underground arriva fino ai Black Angels, a farsi apprezzare sono anche la crepuscolare wave di 6 e la tribaloide 4. Black sun over Pesaro, ça va sans dire.
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