Recensioni

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La AfricanTape di Julien Fernandez torna alle chitarre dopo la parentesi, peraltro ottima, di The Blue Fairy Mermaid Princess di Micah Gaugh, e lo fa col trio svizzero Ventura. Dando seguito al buono We Recruit, ormai datato 2010, Philippe Henchoz (chitarra, voce), Diego Göhring (basso) e Michael Bedelek (batteria), cui si unisce la seconda chitarra di Olivier Schubert, inspessiscono e incupiscono ancor di più le traiettorie indie tendenti al noise-rock che avevano ben esposto nel precedente album.

Accordi ribassati, dilatazione delle composizioni, ambientazioni plumbee e atmosfere tendenti al grigio fanno di questo Ultima Necat – speriamo non qualcosa più di un semplice titolo evocativo – un lavoro che è ancorato, sì, al retaggio nineties che contraddistingueva il precedente We Recruit, ma che si mostra anche ben organizzato e mai ridondante. Sapendo trarre, cioè, da quel periodo e da quelle sonorità non tanto una influenza diretta da riproporre in modalità revivalistica – nonostante l’impronta sia difficilmente dissimulabile – quanto il mood generale, per rinverdirne i fasti battendo sui tratti fondanti. Un nome su tutti, per rendere l’idea, potrebbero essere i troppo in fretta dimenticati God Machine che spesso aleggiano come un convitato di pietra sulle tracce di questo Ultima Necat (la sofferente indolenza di Intruder), specie per il pathos e le capacità suggestive del neo-quartetto, ma emergono anche, nei momenti più corposi e melodicamente accesi, certi Tool (Body Language).

Questo mood inquieto, questa nota malinconica che aleggia sull’album si ritrova anche nei passaggi più tesi come Nothing Else Mattered, in cui si rievoca pedigree inglese fino al midollo come in certi Therapy? del secondo periodo o progetti minori come i China Drum (vedi alla voce Can’t Stop These Things da Goosefair), a dimostrazione che i Ventura sono ben ancorati a un sound che non è revivalistico, quanto weltanschauung irrinunciabile.

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