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I dischi di Aaron Funk, si sa, ascoltarne uno per amarne – o detestarne – cento. Che incorporino al proprio interno elementi jazz (Chocolate Wheelchair Album, Planet Mu, 2003), campioni di musica classica (Rossz Csillag Allat Szuletett, Planet Mu, 2005), pulsioni funk e reggae come accade in alcuni brani dell’ultimo lavoro, la furia iconoclasta del breakcore è già arrivata a distruggere tutto prima che li si riconosca a dialogare con il collaudato linguaggio drill.

L’immagine di copertina è già eloquente: l’isteria Venetian Snares è l’isteria di una vorace macchina consuma-tutto, che ingurgita idiomi e (sotto)culture e di idiomi e (sotto)culture rigetta il bolo. La sincope è, ancora una volta, l’unità espressiva minima dell’artista digitale canadese; la sincope il probabile segno clinico lamentato dall’ascoltatore che si accosta per la prima volta all’universo Venetian Snares. Ma Apehx Twin, Autechre e Squarepusher hanno da tempo fornito l’antidoto. Cautelarsi per l’ennesimo episodio di una saga che sta diventando sin troppo prevedibile non è mai stato così facile

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