Recensioni

7.3

Questo Genealogy sarebbe forse piaciuto al Graham Coxon del ’95 – per intenderci, quello dei Blur di The Great Escape – tanta è la carica pop di scuola british che sprigiona, come del resto
al Coxon contemporaneo, estimatore delle melodie meno lineari.

Questione di feeling, di declinazioni armoniche, di arrangiamenti, di
falsetti e chitarre rugginose, ma anche di una scrittura in grado di
pescare a piene mani dai Novanta inglesi per dar vita a un visione
musicale personale e dal forte appeal. Al timone del disco volante
Vegetable G c’è Giorgio Spada, nocchiero con la testa
tra le nuvole ma i piedi ben piantati per terra. Uno capace di
traghettare il suono della band dall’elettronica degli esordi ad una
musica che è prima di tutto melodia, in bilico tra gli archi e i
coretti appiccicosi di Go Wild e l’estetica barrettiana di God Bless, l’elettronica docile di (May) Be Like God e il Bowie di Complicity, le tastiere giocattolo di Us e il beat obliquo di The Cox Man.
Quaranta minuti di vibrazioni fuori dal tempo capaci di catturare senza
suonare ruffiani, da una band – affiancano il già citato Spada, Luciano D’Arienzo e Maurizio Indolfi – che con poco sforzo ma molto acume confeziona uno dei lavori più riusciti dell’anno.

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