Recensioni

7

Sul come e perché Vashti Bunyan sia tornata in auge abbiamo già letto e detto. Sul fatto che meritasse una nemesi tardiva, ben pochi dubbi. Casomai, lo conferma questa ghiotta raccolta apparecchiataci da Fat Cat, due dischi (ma il minutaggio complessivo non raggiunge l’ora) per 25 tracce, di cui quattro edite come singoli mentre il resto è materiale rarissimo, inedito per non dire inaudito. La scaletta è inaugurata dalla title track, singolo cucinato per la di lei flautata voce dall’occhiuto Andrew Loog Oldham, manager dei primi Rolling Stones, personaggino tutt’altro che raccomandabile però dal fiuto indubbio, il cool nel DNA e un enorme senso pratico (consigliabilissima la lettura della sua autobiografia Stoned). Per questa Some Things Just Stick in Your Mind scomodò nientemeno che gli scellerati Jagger/Richards alla scrittura e scritturò una backing band corposa (archi, ottoni, pianoforte), sfornando così un folk-errebì che rimanda senz’altro a certe serafiche scorribande Belle And Sebastian. Gli altri tre pezzi editi sono più in linea con l’idea di eterea musa del folk-pop, vedi le delicate palpitazioni di I Want to Be Alone e Love Song, mentre il caracollare bluesato di Train Song fa ipotizzare qualche parentela con certe ugge Nick Drake.

Poi comincia lo spettacolo vero, una rassegna di “unreleased” e restored risalenti al biennio 66′-’67, i quali – indossati fruscii e impurità come altrettanti fregi preziosi – ci conducono dall’incanto malfermo di I’d Like to Walk Around in Your Mind (qualcosa dei primi Bee Gees) all’ineffabile surrealismo Donovan di 17 Pink Sugar Elephants (che poi è una Train Song in nuce) passando dalla solenne mestizia Fairport di Girl’s Song in Winter, mentre Winter Is Blue ci lascia l’imbarazzo di scegliere il nudo languore della versione demo o l’incalcolabile struggimento ammantato d’archi della versione “unreleased single”.

Il secondo disco ci fa compiere un passo indietro fino a quella che pare essere la primissima incisione della ragazza, ripescata nell’immancabile cassetto da un provvido fratello. Trattasi di un nastro datato 1964, vi compare la sola Vashti, chitarra e voce, microfono aperto e via. La qualità audio, diciamolo subito, è molto buona. I dodici pezzi invece non sono certo imprescindibili anzi piuttosto acerbi (salverei i palpiti ingenui di I Don’t Know What Love Is, il ciondolare bizzarro di Don’t Believe What They Say – preferibile alla versione presente nel primo disco come Don’t Believe – ed il malanimo appassionato di Go Before Dawn). Bozzetti folk dalla fragile tenacia, buoni se non altro a verificare la disinvoltura della ragazza appena illuminata sulla via di Dylan, e quindi a pasturare il rimpianto per tutto ciò che avrebbe potuto dire in quella formidabile stagione oltre, prima e dopo il meraviglioso Just Another Diamond Day. A meno che il ritorno di Lookaftering e le incessanti collaborazioni coi Devendra Banhart e compagnia weird-folk non siano le premesse di una insperata “seconda parte” di carriera. Riparatoria.

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