Recensioni

7.3

A formare i Vår sono quattro ragazzi schizzati fuori dalla fucina dark danese: c’è Elias Bender Rønnenfelt degli Iceage (ed ecco spiegato un certo hype intorno al combo), poi Loke Rahbek dei Sexdrome, Kristian Emdal dei Lower e un Lukas Højland che pare ancora non poter sfoggiare alcuna coolness da underground semisconosciuto. Pazienza, si farà.

Tornando a No One Dances Quite Like My Brothers, è bene dire che non propone chissà quali novità, infilandosi dritto dritto in quel filone – chiamatelo come volete – dark-synth-cold-minimal wave di ispirazione ’80s, a cui etichette newyorchesi come Sacred Bones e Wierd records stanno dando nuovo lustro. E in questo contesto la marcia in più dei Vår sta in una certa varietà e freschezza della proposta. Da una parte si tira a lucido il nero classico: la wave in 4/4 di The World fell, l’industrial dei Coil che torna senza neanche tanto trucco (Hair like Feathers) e obbligatoriamente desolazioni d’amore curtisiano (gli echi lontani di Katla). Il resto viaggia nei colori lascivi del synth pop (Begin to Remember), nei meticci neofolk nati con la complicità di Sean Rogan in fase di produzione (Into distance che incrocia i Bauhaus con le cavalcate western Cult of Youth) per finire con l’ambient industrial della title track e Boy, episodi di facile digestione ma comunque capaci di creare un certo effetto sorpresa.

Dunque un bel debutto per i Vår, debutto che trova anche la giusta tensione emotiva con un romanticismo algido e appassionato, in cui affiorano con sincerità (il disco è stato registrato nell’arco di una settimana) gioventù e dolori esistenziali. Saranno mica quattro nuovi giovani Werther?

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