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7.8

Che i Vampire Weekend avrebbero promosso il nuovo lavoro discografico con un concerto in Texas in occasione della totale eclissi solare in Nord America non sorprende più di tanto. Ezra Koenig un po’ lo conosciamo, è uno di quegli artisti che vuole lasciare il segno, pondera ed elabora ogni singola mossa, ogni strofa e ogni gioco di parole, fa trascorrere anni tra una release e l’altra della creatura di cui è leader e nel frattempo, tra un disco e un altro, tra un tour e un altro, si prende il lusso di vivere la propria vita. Di compiere quarant’anni senza farsi stritolare da deadline massacranti, senza essere mai sovraesposto. Porta il figlio a scuola (nel 2018 l’attrice Rachida Jones lo ha reso padre), si dedica a serie animate come Neo Yokio e a talk show radiofonici su Apple Music (Time Crisis with Ezra Koenig), compone ancora complicati e idiosincratici bozzetti e studia, diligentemente e con la curiosità di un bambino, che si tratti di Terry Riley o di Brian Wilson – se nel precedente Father of the Bride c’era una volontà, tra le righe, di confezionare un Tusk per i tempi moderni, lungo, pazzo ma al contempo molto “prodotto” e levigato, in Only God Was Above Us ci sono azzardi stilistici, richiami al proprio passato in pieno equilibrio con nuove soluzioni ritmiche e melodiche. Ma anche estetiche.

Prendiamo la copertina. L’autore dell’immagine di grande impatto è Steven Siegel, newyorchese classe 1953: fa parte della serie di scatti Subway Dream, realizzata tra il 1988 e il 1990. Il titolo è in prima pagina sul Daily News, e fa riferimento a una tragedia avvenuta durante un volo Aloha Airlines – con un bizzarro gioco prospettico che lo avvicina allo stile del celebre studio Hipgnosis. Si torna a New York, dunque, anche se Koenig ha spesso vissuto e registrato tra Londra e Tokyo e la scruta da lontano, in primis nel tempo, e lo fa con l’aiuto di un collaboratore fedele, il fuoriclasse Ariel Rechtshaid, produttore forte di tre Grammy ricevuti e un curriculum che comprende Haim, Adele, We Are Scientists, Major Lazer ma anche star super-pop come Madonna, Kylie Minogue e Carly Rae Jepsen. Se Father of the Bride era un disco solista in tutto fuorché nel nome, Only God Was Above Us torna a essere concepito da una band – ridotta a un trio dopo l’abbandono di Rostam Batmanglij, polistrumentista che oggi collabora sporadicamente con i Vampire Weekend e conferma il proprio tocco mai banale nella nuova The Surfer, quasi un omaggio ai Massive Attack dei primi tempi (in particolare alla loro versione di Be Thankful For What You’ve Got) ma con un’esplosione di fiati da far invidia a John Barry.

Quasi fosse questo il vero sequel del riuscitissimo Modern Vampires of the City, è intriso di pessimismo nei testi ma si conclude (letteralmente) con un barlume di speranza. Ezra Koenig ha ammesso di ascoltare molto il Bob Dylan quarantenne, quello con Mark Knopfler alla chitarra, quello di album non compresi o amati fino in fondo, perché il tempo sta passando anche per lui e vi ritrova una maggiore connessione, ma ci sono tante altre note di testa e di cuore: una generosa spruzzata di Flaming Lips (e non è un caso, visto il coinvolgimento di Dave Fridmann al missaggio), e un posto in prima fila per i “soliti” Paul Simon (quello di Graceland, ma anche quello più maturo di So Beautiful or So What) e David Byrne. Ogni tanto torna affettuosamente l’indie-rock da festa della Columbia University in camicia perfettamente stirata, maglioncino e pantaloni chino color khaki, per esempio in Gen-X Cops, ma altrove ci sono obliqui riferimenti ai Velvet Underground e ai Jesus and Mary Chain (Prep-School Gangsters). C’è anche lo spazio per un sample dei Soul II Soul, precisamente dalla hit Back to Life, in Mary Boone – dedicata all’omonima collezionista, mecenate e mercante d’arte di origini egiziane condannata nel 2019 per evasione fiscale.

Difficile elencare i punti forti di una collezione che non sembra avere un solo minuto di cedimento. Sicuramente svetta uno dei primi singoli lanciati, Capricorn, come anche l’indaffarata Classical. Una gioia per l’ascolto in cuffia (grazie anche all’ottimo lavoro di post-produzione di Emily Lazar), in analogico o in digitale, la vivida chitarra che si fa spazio nella scena sonora di Pravda. Tutti ottimi esempi di come si possa forgiare un sound riconoscibile con coerenza e capacità di scrittura fuori dal comune, con quelle trovate sghembe che erano nel Dna dei Guillemots (una promessa non mantenuta, purtroppo) o che ancora è possibile ascoltare nei Magnetic Fields o in Sondre Lerche. Come i quattro dischi precedenti, Only God Was Above Us è un’istantanea efficace, convincente, che non rinuncia all’empatia pur indugiando in strutture arzigogolate e giochi di parole originali e sagaci. Un tipico album dei Vampire Weekend, che conquista e si rivela ascolto dopo ascolto, e che stavolta rappresenta una sintesi compiuta di un cammino che, per fortuna, non sembra volersi fermare.

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