Recensioni
Valerio Cosi
Valerio Cosi
Plays Popol Vuh
Sounds For Vajont
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Stefano Pifferi
- 9 Settembre 2014


Discograficamente silenzioso da qualche anno, Valerio Cosi non se ne è stato con le mani in mano. Anzi, ha finalmente aumentato le sue apparizioni live e nel frattempo ha portato avanti una serie di progetti che ora cominciano a vedere la luce. Questo Plays Popol Vuh, ad esempio, edizione vinilica colorata e completamente autoprodotta, è, come intuibile dal titolo, un lavoro di ripensamento di alcuni momenti tra i più significativi della band/comune tedesca pioniera del kraut cui Cosi molto deve in termini di attitudine e ispirazione. E se la congrega freak di Fricke prendeva spunto dalle leggende sulla creazione del mondo (contenute appunto nel “Libro della comunità” da cui ripresero il nome) per imbastire il percorso nella propria creazione (questa volta musicale), Valerio Cosi afferra il senso più profondo della weltanschauung dei “krauti” e vi soprappone la propria, ri-creando ciò che i tedeschi hanno affidato alla storia musicale contemporanea quaranta anni fa.
In soldoni, cinque ripensamenti – non versioni, ma proprio rielaborazioni (quasi) in toto – di altrettante perle dei Popol Vuh che si muovono tra reiterazioni e ciclicità, sfasamenti e rispettoso omaggio, in un continuum che sposta di volta in volta l’asse portante delle canzoni originarie verso lande e dimensioni “altre”. Hosianna Mantra è esemplare in questo senso: parte come un techno/industrial-rock acceso da tribalismo e sax indemoniato e free, e pian piano si sfalda, avvitandosi su se stessa fino a trasformarsi in un trip ossessivo e orientaleggiante. Mistica e materica, quasi in forme transustanziate, per un leitmotiv operativo che si mostra lungo tutto l’album, sia la kosmische sfilacciata di Vuh, la psych cinematografica di Affenstunde, l’ossessione motorik di Train Through Time – tutta sovrapposizioni e reiterazioni – o le aperture astral-cameristiche dell’opener Aguirre. Ad accompagnare le ottime intuizioni di Cosi – e a ribadirne la stima guadagnata in certi giri – le comparsate di Paul de Jong (The Books), Zac Nelson (batteria) e Mauro Corvaglia (chitarra).
A seguire, tanto per dimostrare di nuovo quell’eruttività eccentrica che lo contraddistinse agli esordi, Valerio se ne esce con un album digitale per un progetto particolare legato alla tragedia del Vajont, commissionato da Calamita/à. Sounds For Vajont, lavoro totalmente estraneo alle dinamiche di cui sopra, permette al tarantino di esplorare il suo lato più elettronico in brevi sketches definiti dallo stesso come “sound miniature”. Una scelta per evitare le secche del “dejà vu” e che si concretizza nell’estasi droning sospesa di Vajont Naturelle e nel suo contraltare conclusivo Slowly Sinking, nel glitch umorale di Castrum De Spengenberg o nella quieta pastorale alpina di Longarone Blues (1’38” For Loren Connors): piccoli tasselli nella ricostruzione/restituzione della memoria sulla più alta diga ad arco a doppia curvatura del mondo e su una delle più terribili tragedia dell’Italia post-guerra.
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