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Una macchina ruggente è più bella della Vittoria di Samotracia. Così recitava, in sintesi, il punto numero sei del manifesto futurista di Marinetti, scritto del 5 febbraio 1909 e che diede vita a uno dei movimenti culturali più avanguardisti che la Storia ricordi. Esaltazione della dinamicità, “del movimento aggressivo, l’insonnia febbrile, il passo di corsa, il salto mortale, lo schiaffo ed il pugno”, che grida la morte della classicità vista come contenitore di passività e immobilità, da superare senza tentennamenti.
Vaghe Stelle, vero nome del torinese Daniele Mana, è partito da questo concept per dar vita al nuovo mini LP. Del suo talento si è già parlato in lungo e in largo, e tanta fascinazione ha colpito anche Nicolas Jaar con la sua Other People. Parlavamo di futurismo, e questo Abstract Speed + Sound prende ispirazione dall’omonimo dipinto di uno dei suoi maggiori esponenti, Giacomo Balla, risalente al biennio 1913-1914, un quadro che ritraeva il movimento e l’impatto delle auto sull’ambiente circostante per coglierne luci, suoni e immagini.
Se Sweet Sixteen si era posto come un’opera intima e profondamente riservata, Abstract Speed + Sound poggia la lente d’ingrandimento sul paesaggio, dando vita ad una sfaccettata tavolozza di ambientazioni e smagliature elettroniche dal taglio post-rock che si incunea in una IDM dal tocco cosmico, raffinatissima e dai mille riferimenti. Una lettura utile di questo lavoro può essere data dall’immaginare un percorso irregolare della già citata automobile, con i suoi continui sorpassi e le manovre folli nella chiusura di una Zeman dal forte richiamo Squarepusher. Se Holly Herndon esplora la concezione del digitale e della realtà distorta dei nostri tempi, Vaghe Stelle si sofferma più sulla gestualità e le reazioni che ne conseguono.
L’ambiente del disco è cinematico ed esplorativo (Multiple Concentric Hexagons guarda ad Apparat e Jaar), proprio come nella cavalcata di techno, synth e loop campionati di una 25 Minutes che esplode in un’oscurità di marziali percussioni industrial di stampo Ben Frost, o negli sfumati cambi di ritmo nell’ambiente nuclearizzato di Hyper, mentre Tempo sembra essere figlia del James Holden più drammatico. Trattasi di un lavoro claustrofobico che paradossalmente punta all’infinito e passa dai meandri della mente fino alle nervature del corpo in estasi, cercando un punto di contatto difficile da trovare, ma colto perfettamente.
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