Recensioni

Dal 2008 a oggi Jack Dunning, sia in proprio sia come label manager di Hemlock e (dal 2013) Pennyroyal, ha prodotto un po’ di tutto, dalla techno all’house, dalla tribale alla garage o all’acid, dalle cose dancefloor oriented a quelle più tagliate per l’ascolto casalingo, spaziando su un ampio spettro di bass music, dentro e fuori l’intorno Hessle Audio, e avvicinandosi sempre più a un trademark produttivo trans o sovra genere.
All’altezza del 2012, un turning point importante è arrivato con la trilogia di EP Change In A Dynamic Environment; le atmosfere si sono fatte più mefitiche, gli agganci con la fascia più dark della sua produzione si sono risolti in soluzioni che, parole sue, scavavano (e si ispiravano) alla prime produzioni dell’ardkore continuum. Techno è diventata così la parola d’ordine per canalizzare/identificare/restringere l’attività di un producer mai così prevedibile, in continua evoluzione, attento al proprio percorso artistico ma anche all’esterno, ai più grandi movimenti che hanno caratterizzato lo scacchiere elettronico internazionale nell’ultimo lustro (dalla dubstep al suo post-).
Tra le tracce clou della sua produzione, da ricordare c’è sicuramente Anaconda, retro del singolo I Can’t Stop This Feeling pubblicato per Hessle Audio che da solo contiene sia coerenze rispetto alla label di David Kennedy e co., sia idee e traiettorie di produzioni Night Slugs e new eski a venire (oltre a ganci con certa techno di metà 90s). Poi ci sono Test Signal – con quegli inquietanti ronzii elittici e il basso a gorgogliare in un angolo – e Motion The Dance – in cassa dritta Plug8 e rintocchi di tribalità sospesa chiamati in causa in una complessità di movimenti -, entrambi episodi che, assieme a un mosaico di altri, preparano il terreno ad un album che solo apparentemente rompe con il passato.
In Black Light Spiral il suono di Untold si fa viscerale, in presa diretta e assemblato in breve tempo (un sola settimana a Londra nell’estate del 2013, da appunti presi l’anno precedente); fatto con urgenza e su basi razionali, risputato in cuffia all’ascoltatore ma anche nelle orecchie e negli occhi di un pubblico che godrà di un live audiovisivo già pensato e impostato con altrettanta dovizia, anche grazie alla collaborazione del collettivo artistico Current Current (una preview del primo spettacolo fissato per prossimo 22 febbraio a Parigi è già disponibile su YouTube). Di sicuro, anche solo con la musica, dall’inizio della scaletta, questi 40 minuti tengono alta l’attenzione senza far sconti o concessioni.
Diversamente dalla trilogia di EP del 2012, dove le tracce si costruivano attorno a più fulcri e attraverso molteplici soluzioni, Dunning vuole che l’ascoltatore abbia la sensazione di aver scoperto un artefatto prodotto chissà dove. Gli otto bordoni sono angolati ognuno con uno scheletro di stoici loop e/o scansioni ritmiche, ai quali poi il Nostro aggiunge e sottrae effetti manipolati dal vivo, altri loop e praticamente mai degli interludi. I risultati vanno dal caotico (il serrato reggae sample mandato in loop su un bombardamento di bassi in Sing A Love Song) all’industrial ambientale (Wet Wool), agli affondi in zona Hospital scavalcati a sinistra (Hobthrush), a mid tempo di stampo techno rock tra bassa fedeltà e scheletriche night vision (Strange Dreams). Ogni traccia fa storia a sé e rientra in un preciso immaginario spiraliforme (Ion) dove non c’è luce, né revival, né citazionismo.
E’ la missiva lapidaria di chi ha spremuto il cuore – ed è entrato nei circuiti più intimi – del futuro techno osservandolo dall’interno di un capannone industriale posto alla periferia della nostra anima.
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