Recensioni

File under: promesse che poi non si concretizzano. Until the Ribbon Breaks fu uno dei nomi su cui puntammo all’interno del nostro speciale Ones To Watch 2014, in scia alle buone impressioni regalate dall’EP d’esordio A Taste Of Silver e alla presenza in un disco di livello come il primo Run The Jewels.
In fase di recensione dell’EP A Taste Of Silver, si diceva: “il 2014 attende il debutto lungo di Until The Ribbon Breaks con le più rosee aspettative, benché non manchino alcuni sentori di un ipotetico buco nell’acqua“. Purtroppo i sentori hanno lentamente avuto la meglio, prima all’interno del prescindibile EP The Other Ones e poi lungo le undici tracce (di cui un numero considerevole già edito) che compongono l’album d’esordio A Lesson Unlearnt.
Oltre all’outsider – che continua a resistere ai segni del tempo – Pressure (all’epoca descritta come un incrocio tra strofa Imagine Dragons, timbro tra Sting e Gotye e levigare quasi sophisti) il resto non riesce praticamente mai a brillare, né per intuizioni né per appeal melodico. Episodi non particolarmente memorabili, le già conosciute Taste Of Silver e Perspective (con la partecipazione del rapper Homeboy Sandman), così come la coppia formata da Goldfish e Persia (quest’ultima forte dell’ovvio sample orientaleggiante), che suona già come una ripetizione di una formula melodico-ritmica cadenzata che Pete Lawrie Winfield chiaramente possiede e sfrutta con un certo piacere, sorretto dal lavoro di rifinitura dei compagni di viaggio, James Gordon (tastiera) e Elliot Wall (beat).
Meglio invece Revolution Indifference, in cui i Run The Jewels ricambiano il precedente favore e dove viene ribadita la vena socio-distopica dei testi (spesso interessanti, seppur vagamente telefonati) del Nostro: “These are the end of times, meet me in the middle. Politics, we never vote cause you won’t hang yourself if you don’t choose a rope, no“. Pure la black-ballad Romeo funziona ancora, mentre Spark esce in parte dai binari del disco per abbracciare completamente il credo radiofonico (ma anche dei club).
Nonostante l’impegno che Winfield sembra metterci, l’oscurità che cerca di maneggiare e di imprimere al proprio dystopian-pop, raramente dà l’impressione di essere autentica e genuina. L’odore di plastica è piuttosto diffuso. Questo è uno dei vari aspetti che impediscono a A Lesson Unlearnt di spiccare il volo, ed è un peccato, perché all’interno del pop/r&b dal sapore epico del disco, gli elementi degni di nota (e aggiungiamo pure un modo di approcciare il canto piuttosto riconoscibile) ci sono oggi come un anno e mezzo fa.
Non tutto è da buttare (anzi…), ma forse vedremmo meglio Pete Lawrie Winfield nel ruolo di “hidden hit maker” per le grandi popstar.
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