Recensioni

6

Secondo il grande capo del
progetto (James Lavelle, coadiuvato da un po’ di tempo dal
fidato Pablo Clements) questo non
sarebbe in verità il nuovo disco degli UNKLE, bensì una raccolta di refusi e di
pezzi che avrebbero preso solo polvere, probabilmente dimenticati dopo la
visione di film o videoclip protounderground di cui sono colonna sonora. Ci
vanno quindi di rassetto e di rimasterizzazione i due dopo il mezzo flop
dell’anno scorso. Come molte volte accade di sentire sulle OST che ci passano
sotto gli occhi e le orecchie, è difficile lasciare la musica senza l’immagine
in movimento. Il distacco alle volte è troppo brusco. Qui alcune tracce
acquistano una visionarietà che si regge da sola: un gusto wave direttamente
dagli 80 degli U2 in pieno periodo Eno(Nocturnal) dai 90 dei Radiohead (il featuring di Homme dei Queen of the Stone Age in Chemical e la Clouds dei Black Mountain)
o da una certo profumo brit che ricorda i Verve(Can’t Hurt); in altri momenti invece
si perde il grip: la cover dylaniana nella versione di Abel Ferrara (Open Up Your
Eyes
) o il richiamo senza spina dorsale all’elettricità dei Depeche Mode (in Blade In The Back). Il duo non varia la sua solita proposta
musicale wave-catchy-hop facendo del featuring la sua ragion d’essere. La
sonorità rimane sempre sulle stesse coordinate, ma a ripensare e riassemblare
ogni tanto ci si rinvigorisce. Un disco altalenante che si lascia ascoltare e
crea qui e là coolnes senza essere troppo pretenzioso.

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