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Lupi all’interno di un intricato dedalo lungo tre chilometri, una trappola letale in cui gettarsi se quegli stessi lupi, tradotti in norvegese, prendono il nome di Ulver. La band scandinava ha scelto il Labirinto della Masone (un luogo ideato dall’editore e collezionista d’arte Franco Maria Ricci insieme allo scrittore Jorge Luis Borges) per l’unica data italiana del tour europeo che accompagna l’uscita dell’album The Assassination of Julius Caesar. Si tratta del più grande labirinto al mondo, realizzato nelle vicinanze di Parma ed eletto a luogo d’arte, proprio come quella che gli Ulver esprimono attraverso i suoni. Non è la prima volta che la musica si insinua fra questi sentieri, memori e forse ancora traumatizzati in seguito al concerto dei Sunn O))) del settembre scorso.


Il fascino esoterico di questo labirinto a pianta stellata è indiscutibile, inquietante e stimolante, metafora della condizione umana, della complessità e dei misteri della mente, luogo mitologico per eccellenza che oggi chiama a sé un popolo altrettanto leggendario, quello dei “metallari evoluti”. La storia degli Ulver affonda le prime radici nel black metal, e i fan della prim’ora non hanno mai abbandonato la band nelle varie digressioni che ne hanno connotato la carriera, fino alla recente e inaspettata svolta “pop”. Un curriculum che somiglia ad una sorta di romanzo di formazione, i cui capitoli hanno fin qui trasportato dall’ambient al trip hop, dall’avant-garde metal all’art rock fino alla musica sacra, con quel particolare e oscuro tormento che sempre ha mantenuto riconoscibile la band, conservandone intatto il seguito.

Come all’assemblea di una loggia massonica, sembra essersi riunito il gotha della musica colta nel raffinato foyer all’aperto, prima di esplorare il percorso a caccia del Minotauro. Ai piedi della venerabile piramide posta al centro della struttura, risuona metallica la chitarra di Stian Westerhus insieme alla sua elegantissima voce, come opening act rispetto allo show principale, che senza interruzioni si innesta nella coda di quello di Westerhus, il quale rimarrà sul palco con gli Ulver fino alla fine.

Le percussioni insistite di Nemoralia esplodono in sincrono con fasci di laser che squarciano la serenità del tempio; la voce di Garm si sposa suadente con la notte mistica che circonda il palco: gli Ulver sono i Gran Maestri che ipnotizzano gli ammirati adepti della congrega. I synth morbidi, acidi e dark tipici del nuovo album sono protagonisti in Southern Gothic, 1969 e So Falls The World, quasi canticchiata dal pubblico. C’è qualche nostalgico in costante attesa dei pezzi di Bergtatt, ma i nostri Grandi Antichi, seppur sempre al riparo dai riflettori frontali, sono oggi colorati del fucsia delle luci che disegnano linee nell’aria sotto le note di Transverberation e Rolling Stone. Unica divagazione rispetto alla tracklist di The Assassination of Julius Caesar (recensito su queste pagine da Luca Roncoroni) è The Future Sound of Music, estratta da Perdition City e acclamata da tutti.

Il concerto infatti prosegue e si conclude con Angelus Novus e Coming Home, dilatata in una variazione strumentale di circa venti minuti di pura estasi catartica. In totale un’ora e venti di musica e pochissime parole, nella quale tanta raffinatezza e perfezione avvolta nell’aura occulta e arcana della location non viene scalfita neppure dall’afrore del concime che a folate ricorda l’esistenza, da qualche parte là fuori, della Pianura Padana e di un mondo fisico.

In queste suggestioni epiche, nell’enfasi massima che questo sito può concedere, gli Ulver si mostrano per i demiurghi che sono, plasmando la musica e le atmosfere, trasportandoci in un Iperuranio dove la forma non conta e i generi non esistono, a favore di un quid impalpabile e profondo, sempre coerente. La band norvegese è tiranna, impone il suo personalissimo pop al blackster più impenitente, costretto a maturare insieme all’opera di un gruppo nato adulto e che mai invecchierà, all’interno del suo percorso labirintico che non assomiglia ad una semplice successione discografica, piuttosto alla vita e all’arte stesse.

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