Recensioni

6.9

È una sorta di live rivisto in studio, questo impronunciabile ATGCLVLSSCAP, le cui registrazioni risalgono a concerti effettuati nel 2014 e in cui si distinguono brani originali (due terzi) e materiale già edito ma rivisitato (il restante un terzo). Viene da chiedersi se gli Ulver abbiano deciso di non cimentarsi più nei classici dieci pezzi inediti, perché tra lavori d’orchestra, collaborazioni, cover e commissioni di istituti norvegesi sono almeno cinque anni che non arriva un album secco.

Poco importa comunque, ormai si sa che i lupi norvegesi hanno fatto dell’eclettismo il proprio vessillo e ATGCLVLSSCAP è qui a confermarlo. Ora è la volta del disco progressive kraut, almeno per la prima metà, e come sempre c’è ottima musica: Glammer Hammer, Moody stix, Om Hanumate Namah sono tutti brani percussivi che hanno radici 60s a partire dagli Amon Düül e confermano la passione dei quattro per quel decennio, esplorato già ai tempi di Childhood’s End. Nella seconda parte invece il discorso diventa più cinematografico, e questa non è certo una novità: si rispolverano spoken words e droni oscurantisti in D-day drones, tornano i pianoforti notturni con Ecclesiastes (A Vernal Catnap)mentre in mezzo svetta il dark pop Nowhere (Sweet Sixteen) che porta un po’ di movimento in un finale al limite del già sentito.

Constatato dunque che ATGCLVLSSCAP è un buon disco, rimangono un paio di considerazioni – conflittuali – da fare a margine dell’ascolto. Una: nonostante i venti anni di carriera sul groppone gli Ulver confermano di aver ancora qualcosa da dire sia ai propri fan, sia nel contesto musicale del 2016. L’altra: il passaggio dalla trilogia black metal ai primi dischi Jester non è stato semplicemente il momento storico più importante della loro carriera, ma anche un vertice di creatività mai più raggiunto.

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