Recensioni

Meghan Remy, in arte U.S. Girls, la seguiamo praticamente dagli esordi. L’abbiamo apprezzata sulla compilation XXperiments dell’etichetta Die Stasi (2008), conosciuta meglio con l’album Go Grey (2010) e ritrovata l’anno dopo in split con Dirty Beaches, per poi perderla nuovamente in una miriade di pubblicazioni più o meno interessanti caratterizzate da lampi di genio talvolta offuscati da un spessa coltre di confusione (U.S. Girls on Kraak e GEM). Un percorso a dir poco tortuoso il suo, ma forse, a trent’anni, Meghan sembra finalmente pronta per il grande salto. Chiaramente l’approdo alla gloriosa 4AD ha giovato, sia a livello di visibilità che a livello di cura nei dettagli (anche extra-musicali, i videoclip ad esempio), ma l’aspetto che rende il sesto album Half Free la prima vera opera totalmente compiuta in casa U.S. Girls è il fatto di aver saputo tenere a freno gli spigoli noise e gli spettri sperimentali/avant dei primi tempi, regalando nove tracce ragionate (per quanto eterogenee), frutto di una gestazione più lunga del solito.
A mettere subito in chiaro le cose ha pensato, questa primavera, il singolo Damn That Valley. Musicalmente – oltre a smarcarsi da qualsiasi forma art-pop tipica delle numerose colleghe – è probabilmente il brano più catchy mai scritto dall’americana, quasi una filastrocca che si snoda ciclica sopra un beat happy-dub. Per contrasto, il testo è tutt’altro che allegro: ispirato al libro War di Sebastian Junger, rende vivida la disperazione di una vedova di guerra, uno dei tanti affreschi socio-politici seminati lungo tutto il disco. Come per il Bruce Springsteen d’annata, anche per Meghan la bandiera (quella a stelle e strisce) diventa oggetto di orgoglio quanto di protesta verso un sistema che presenta ancora insensate disuguaglianze. In particolare, una linea fieramente femminista scorre – da sempre, a dire il vero – all’interno dei testi targati U.S. Girls, il che rende Half Free un lavoro idealmente accostabile all’ottimo Apocalypse Girl di Jenny Hval.
Altra grande forza del disco è quella di rimanere sulla linea di confine tra kitsch e spessore concettuale: la Remy infatti non teme di maneggiare sonorità pericolose e terribilmente anacronistiche come quelle delle girlband anni ’60 o del doo-wop, muovendosi contemporaneamente in territori vicini al synthpop anni ’80 più notturno (l’intro di Woman’s Work non avrebbe sfigurato in Drive), alla slow-disco sporcata black di Window Shades, fino a lambire situazioni a cavallo tra chillwave e vaporwave nelle battute lente di Navy & Cream. C’è spazio anche per la lunga, oscura e lenta litania di Red Comes In Many Shades e per Sed Knife, episodio curiosamente rock e vagamente fuori contesto. Influenze trasversali con un unico filo conduttore: la voce della Nostra, alla lunga particolare e leggermente indigesta, con richiami al passato (retro-pop) ma ancorata al presente. A posteriori, tutto materiale difficilmente accostabile al vecchio concetto – effimero e fumoso – della crimson wave, scena all’interno della quale la Nostra ha mosso i primi passi.
Con il prezioso aiuto del marito Slim Twig e del produttore Onakabazien, U.S. Girls ci regala la sua opera migliore, senza rinunciare alla sperimentazione e alla frequente tentazione di dialogare con la pop music su livelli contrastanti, fino ad arrivare alla decostruzione della stessa.
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