Recensioni

Dopo il delirio off di contrasti lussureggianti veicolato da una strumentazione frastagliata – e con tanto di campanelli, percussioni e bonghi – di First Taste, il prolificissimo Ty Segall torna a sorpresa con un nuovo album. Un’uscita tanto inaspettata quanto calibrata e fuorviante allo stesso tempo, o meglio che gioca con l’ascoltatore per mandarlo fuori strada. Riuscendoci. Se da un lato il suono è più asciutto del suo predecessore – in parte forse ispirato dalla maggiore stringatezza ideologica della sua band Fuzz – e anche meno sfarfallante, si tratta pur sempre di una facciata che riversa la complessità in una scrittura, puntellata a dovere da ingressi e aperture, elargita da un personaggio che di suoni anni ’70 ne sa tanto da meritare una cattedra ad honorem in materia.
Dicevamo fuorvianti, e l’inizio enfatico-elettronico di Learning fa sobbalzare non tanto per l’ipotesi di un cambio di passo, quanto per il fatto di accrescere l’aspettativa di scoprire cosa mai avrà combinato il Nostro. Ma alla fine il discorso risulta chiaro ed efficace. La ripresa delle vischiosità sixties e seventies del precedente lavoro in studio vengono arricchite (rileggi fuorviate) da synth anni ’80, capaci di stratificare e riempire gli spazi di una scrittura di per sé già molto interessante. Così Whisper, a dispetto del titolo, ingrana una combattività garage glam con l’affilatura di un ottimo riff heavy psych corroborato da fraseggi tastieristici. E la cosa funziona alla grande viaggiando psichedelica che è una meraviglia, tra rallentamenti e riprese – possiamo dirlo – da brivido. Ipotesi perfettamente bissata dal rockettone pesante e infarcito del giusto grado di compressione di Pictures e Waxman.
Strategia che tuttavia non si rivela una vera e propria prassi, ma arriva a cesellare il discorso solo quando serve, facendo suonare particolarmente moderno il rock d’antan e raggiungendo inoltre punte che, anche dopo essersi preparati all’ignoto, stupiscono. In questo caso vanno a segno quei brani dal forte retrogusto à la Nine Inch Nails (Erased e Harmonizer), come anche le deviazioni in chiave Depeche Mode (Changing Contours). Influenze che non nascondono la personalità compositiva di Segall (l’elettrizzante beatlesianiesimo à la Abbey Road di Play sta a dimostrarlo), ma che anzi la esaltano, come succede in Feel Good, brano che dall’intro pare debba sparare hardcore per poi implodere, invece, in un sostenuto garage da parco giochi con Denée Segall alla voce; un brano che si tinge anche di decisive influenze à la Brainiac di Hissing Prigs in Static Couture.
Ammettiamolo, il nostro amato rocker fa tante cose e mantenendo una gran bella media qualitativa, ma ogni tanto, come in Harmonizer, riesce a tirare fuori il coniglio dal cilindro facendoci godere non poco.
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