Recensioni

6.9

Ritorno a casa per Greg Dulli? Meglio, un ritorno fiero e cocciuto a se stesso, passando dai vari stadi attraversati sul vascello Twilight Singers, per appordare alla chiave rock sovraccarica, dannatamente ed eccessivamente noir, perpetrata coi gloriosi Afghan Whigs. Ebbene, questo Dynamite Steps – sesto album targato TS un lustro dopo il più che discreto Powder Burns – suona come se fosse stato realizzato subito dopo il canto del cigno dei Whigs (1965, uscito nel '98), tanto appare come un tentativo di ripartire da quell'impetuoso impasse mettendo a punto il tasso psichedelico, irrobustendo la fibra folk ed azzardando organiche suggestioni electro.

Se non suona come la rianimazione forzata di un cadavere è perché Dulli artisticamente ha già oltrepassato la zona morta, è uno splendido zombie a sangue caldo da indicare come esempio alle nuove generazioni. La sua è una calligrafia inconfondibile, un conflitto che cammina: cuore soul, estro rock e malanimo incurabile pasturato a cinema e letteratura noir. Tutto già ampiamete ed esaustivamente rappresentato, eviscerato nei sei album con la compagine di Cincinnati. Le variazioni sul tema successive – Gutter Twins compresi – hanno impietosamente rimarcato questo dato di fatto. Allora, queste undici tracce? Hanno un senso perché sembrano accettare quel decesso, provando a coniugare il verbo al presente perché si trattava comunque di una proposta fottutamente buona.

In un certo senso, Dulli fa le prove di persistenza. E mette a segno degli ottimi colpi, come il glam-psych avariato di On The Corner, la psicotica mistura electro-shoegaze di The Beginning Of The End, l'ordigno soffice della titile track (coi ghiribizzi blaxploitation genialmente fuori contesto) e una Waves che ghigna tra noise e digitale come un Iggy Pop preso in ostaggio dai Primal Scream. Il resto è perlopiù una rivisitazione di luoghi comuni dulliani, passione bieca e trasporto sanguigno, quei crescendo di prammatica che esalano struggimento malefico e ambigua perdizione. Rare le sorprese (il sentore John Lennon tra spunti Tom Petty e Soundgarden di She Was Stolen, la febbre desertica di Never Seen No Devil) e molta programmatica prevedibilità, cui non sfuggono i duetti col sodale Mark Lanegan (la fosca processione di Be Invited, ospite anche la chitarra – non particolarmente incisiva – di Nick McCabe) e con Ani Di Franco nella tutto sommato riuscita Blackbird And The Fox.

Apoteosi di mestiere indomito, quindi, con cui presumo dovremo fare i conti per un bel pezzo ancora.

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