Recensioni

Il 17 aprile i Twenty One Pilots, per la loro cinquantottesima data (su 73 previste in 50 venue diverse) del The Clancy World Tour, sono tornati in Italia, all’Unipol Arena di Bologna. Rispetto all’unico concerto italiano di quasi tre anni fa (Lucca Summer Festival 2022), il duo di Columbus si è presentato senza l’affiancamento di una band, moltiplicando invece le proprie energie in un live dinamico, visivamente impattante e serratissimo: quasi trenta brani eseguiti in oltre due ore di puro spettacolo.
L’apertura affidata alla potente Overcompensate, introdotta da un solido assolo di batteria firmato Josh Dun, ha fatto letteralmente esplodere l’intera arena. Ma è stato il susseguirsi delle canzoni scritte e cantate da Tyler Joseph a segnare la vera differenza, a distinguere questo concerto dalla media di tanti altri.
Già con gli album Vessel e Blurryface, il gruppo aveva messo a fuoco un’identità precisa, sospesa tra hip hop, rock, pop ed electro punk, senza mai rinunciare alla propria anima indie. Ieri sera il pubblico italiano (tra cui anche molti stranieri) ha potuto gustare una setlist invidiabile, attraversata alternativamente da scosse adrenaliniche come Heavydirtysoul, Heathens e l’intramontabile Stressed Out, e da momenti più intimi e malinconici come le ballad The Craving e The Line.

Ciò che più colpisce è la versatilità di Joseph, la sua capacità di offrire un ventaglio espressivo così ampio con assoluta disinvoltura. Persino l’anima più pop del progetto – quella di Scaled and Icy, a tratti fraintesa da una certa critica – trova pieno senso dal vivo, amalgamandosi perfettamente con le atmosfere più cupe e suggestive di Trench all’interno di una narrazione coerente, trasversale e metanarrativa che unisce gli ultimi lavori.
Con questo tour i Pilots hanno messo a punto un livello di intrattenimento che non ha nulla da invidiare a quello di artisti molto più strutturati. Continuano a valicare ripetutamente il confine tra palco e pubblico: non sono certo nuovi alle incursioni tra i fan, ma da quando hanno intrapreso questo tour – il più lungo e impegnativo della loro carriera – hanno decisamente alzato il livello. Mini postazioni nel parterre, camminate tra la folla, una Trees finale eseguita al centro di un cerchio umano creato su invito diretto al pubblico. E ancora: l’immancabile drum-kit mobile di Dun sopra le teste dei presenti durante Paladin Strait, il duetto con un fan bambino (a Bologna è toccato al piccolo Federico) e persino un sorprendente “teletrasporto” di Tyler sugli spalti durante Car Radio, in stile The Prestige di Christopher Nolan.

Gran parte della riuscita generale si deve proprio a Tyler Joseph. Trascinato dall’energia del compagno (e dalla novità: Josh presta ora la sua voce nei cori!), è lui a incarnare la teatralità della band. Quando urla nei brani più movimentati saltando con il suo basso, o quando le parole gli si spezzano in gola sull’ukulele, o ancora quando si abbandona al pianoforte in ballad pop dal sapore eltonjohniano come Mulberry Street, Joseph dimostra una capacità mimetica da attore consumato. Gli basta poco: una sedia, un giaccone bianco tra la folla, un microfono luminoso attaccato a un filo lunghissimo – anni Ottanta style – per “diventare” di volta in volta un altro personaggio. Nascosto sotto un cappuccio o completamente esposto agli sguardi di migliaia di spettatori, trasfigura le angosce di Blurryface in pura espressione, anche quando il nero continua a segnargli mani e gola. Uno sguardo intenso in camera, un passo di danza tra il buffo e il geniale (come un Fred Astaire un po’ sbronzo o un cartone animato d’altri tempi) bastano per scatenare l’ovazione.
E poi torna rough nella versione demo di Doubt, spudoratamente danzereccio in My Blood, esilarante con Dun nel siparietto sul ritornello della suadente Lavish.
Il resto è altrettanto curato: effetti pirotecnici, grafiche, video sui megaschermi con continui rimandi alla intricata storyline inaugurata con Blurryface, un suono potente e vibrazioni che investono il corpo.
Chissà se davvero, come dichiarato da Tyler nei ringraziamenti finali, questa sia stata la data migliore dell’intero Clancy Tour, che – dopo il fitto calendario americano e oceanico – si appresta a concludersi nel Regno Unito. Di certo lo è stata per chi era lì, completamente immerso in un’esperienza che più che un semplice concerto è stata uno show totale.
[Foto di Alice Blandini, gallery completa nel post dedicato]
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