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Nel 2025, i Tuxedomoon risultano essere ancora attivi. Anche se l’ultimo album ufficiale data del 2015 (Blue Velvet Revisited, con i Cult With No Name), lo scioglimento ufficiale del gruppo non è mai stato annunciato, e si parla addirittura di un imminente nuovo disco. Sarà vero? Per intanto la band risulta ancora in pista, accanto a illustri contemporanei come Cure, Wire e pochissimi altri.

È evidente però che tutti questi nomi saranno ricordati soprattutto per quello che fecero nella parte iniziale della loro carriera, quando l’esplosione della creatività della new wave, o post punk che dir si voglia, raggiunse livelli siderali. Per i Tuxedomoon, in particolare, i dischi chiave per comprendere la band sono i primi tre; Desire è il secondo e si ritrova in una particolare posizione di cerniera.

L’esordio sulla lunga distanza, Half-Mute, già trattato su queste pagine da Stefano Solventi, era stato uno choc notevole e rimane a tutt’oggi qualcosa di estremamente difficile catalogazione. I primi singoli della band, tra i quali il classico No Tears, erano esercizi chiaramente punk per immediatezza, violenza espressiva e impatto. Nulla a che vedere con la glaciale geometria di quell’album, il suo astratto minimalismo, la sua deliberata asciuttezza formale. Dopo il primo album, i Tuxedomoon erano un vero e proprio enigma.

Uscito pochi mesi dopo, all’epoca Desire fu accolto come qualcosa di profondamente diverso dal suo predecessore. Risentendolo oggi, pur riconoscendo un evidente cambio di passo, non ci sembra in realtà così difforme. D’altronde, il nucleo base della band non è cambiato: Steven Brown a tastiere e sax, Peter Principle al basso, Blaine L. Reininger a tastiere e violino. L’unica differenza sensibile è che adesso alla voce solista, a integrare gli interventi estemporanei di Brown/Reininger, c’è Winston Tong, che tuttavia sarà sempre e comunque un membro instabile della formazione; mentre invece la drum machine che sostituisce la batteria è pienamente confermata – anzi, è una componente essenziale del sound.

Anche la label è immutata: la Ralph di San Francisco, condotta dai Residents, anche se presto il disco sarà ristampato da diverse etichette europee (in particolare, la Celluloid in Francia e la Expanded in Italia). Sì, perché da questo disco in poi i Tuxedomoon si scoprono essere artisticamente più affini all’Europa che alla California: Desire viene registrato in Inghilterra, e la band si trasferisce prima ad Amsterdam e poi a Bruxelles, dove rimarrà stabile per parecchi anni a venire.

Ad ogni modo: la suite iniziale di 4 brani concatenati (un quarto d’ora in tutto di durata) rimanda spesso alle atmosfere desolate di Half-Mute, specialmente in brani come East, l’enigmatica ●●●, l’inquietante Music #1. Un elemento di discontinuità è invece il quarto pezzo, col suo beat robusto e piuttosto groovy nell’intreccio di basso e tastiere: Jinx è uno dei picchi dell’album, e la sua struttura funky fa pensare a molti che ci sia qui una similitudine col techno pop che stava esplodendo in UK in quegli anni.

Anche perché la formula del funk elettronico è ripresa anche altrove: Victims of the Dance (retta da un fantastico basso pulsante) e Incubus (Blue Suite) (beat electro su chitarra effettata e rumorismi vari) ne sono chiari esempi. Detto ciò, la parentela col techno pop finisce qui: la sofisticazione dei Tuxedo, la loro tendenza a incorporare elementi (e strumenti) classici nella loro musica, li terrà comunque distanti dalla formula più immediata (e di successo) di Gary Numan, OMD, Depeche Mode e gruppi similari. [nota per i completisti: farà eccezione un EP di remix di No Tears, uscito nel 1988 a nome Creatures of the Night, ma si tratta di un episodio talmente peculiare e ininfluente che ci possiamo passare allegramente sopra].

Un altro genere sfiorato in questo album dai Tuxedomoon, ma non pienamente sposato, è quello del rock gotico (quello che in Italia abbiamo sempre chiamato dark). È chiaro che la loro non è certo musica allegra e sorridente, e anzi lo spleen di tastiere solenni imbastito su Again fa pensare in qualche modo ai Joy Division. Tuttavia, è una musica che rimane comunque lontana dal pessimismo nichilista di quel genere – anche il suono, che relega la chitarra a un ruolo molto marginale, è di matrice fondamentalmente diversa. Inoltre, il gruppo americano mostra anche di saper usare un’arma che difetta abbastanza alle band del dark: il sarcasmo. La migliore dimostrazione di questa tendenza è Desire, il pezzo, che possiamo tranquillamente ritenere il vero capolavoro dell’album. Andamento scanzonato e fintamente leggero, contiene la sintesi più efficace mai sentita come critica al capitalismo: “Don’t think / Go buy!”, ripetuta ossessivamente mentre il beat prende direzioni inaspettate e un sax svolazza selvaggio in una profetica descrizione di come sarebbe stato il nostro futuro: “A thousand lives by picture”, la superficialità della vita ridotta a una sequenza di immagini e poco più. Canzone immortale.

Un’ulteriore tendenza di questo album arriva dagli ultimi due pezzi in scaletta. In the Name of Talent è sottotitolata Italian Western Two e pare riprendere i suoni di un’ipotetica colonna sonora morriconiana in un’atmosfera desolata ma frenetica, come una versione stilizzata e cerebrale dei Wall Of Voodoo. Ancora più estrema Holiday for Plywood, che parte da un violino pizzicato di stampo classico, che fa pensare al romanticismo dell’Ottocento, e poi invece si trasforma in un brano postmoderno tra basso saltellante, drum machine delirante, voce declamata alla Yello, e poi di nuovo un violino strapazzato fino al parossismo: il pezzo si chiude in un mare di distorsione. In questi brani emerge l’amore dei Tuxedomoon per la tradizione musicale classica, e al contempo il loro desiderio di superarla e di portarla a un altro livello, trasfigurandola in un’operazione di reinterpretazione formale, senza tuttavia disconoscerne il valore. È questa la direzione che il gruppo svilupperà maggiormente in Holy Wars, l’album successivo, toccando peraltro un altro picco di creatività.

La ristampa della Crammed del 2025 ci presenta inoltre alcune tracce extra rispetto alla versione iniziale: le versioni dal vivo di Desire e della lynchiana In Heaven non sono una sorpresa per chi conosce il gruppo, così come Dark Companion, pezzo del 1980 uscito solo su 7”, ancora punk nell’impianto e dominato, per una volta, dalla chitarra elettrica (c’è anche la b-side, un remix di 59 to 1, da Half-Mute). Il vero motivo di interesse però sono i tre inediti: Beauty Killer, classico brano di stampo romantico che non avrebbe sfigurato sul terzo album; Ice Benign, strumentale puramente elettronico di grande tensione emotiva; Sordide Elemental, il più prescindibile, poco più di un esercizio di prova per il violino di Reininger.

Per concludere: la grandezza di Desire e dei Tuxedomoon sta quindi nell’avvicinarsi a tanti stili diversi senza appropriarsi di nessuno? Anche, ma non c’è solo quello. Fino ai primi anni ’80, la new wave più sperimentale aveva prodotto cose molto interessanti ma tutte, anche quelle più coraggiose di Devo, Pere Ubu o Pop Group, come derivazione diretta del punk rock. I Tuxedomoon arrivano con una musica che spiazza tutti perché è così poco rock’n’roll che a volte si fatica perfino a riconoscervene la matrice. Ma è solo l’inizio, come ben sappiamo: nei decenni successivi impareremo ad apprezzare musiche che avranno origini geografiche, temporali e strutturali ben diverse da quelle dettate dalla tradizione. Ai Tuxedomoon va riconosciuto un ruolo fondamentale e primigenio in questa operazione di approccio stilistico universale e senza steccati. Mica poco.

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