Recensioni

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In seguito alla reunion avvenuta a inizio 2000 (ben documentata nel doppio Live registrato a San Pietroburgo per la NeoAcustica ) e ai fortunati tour del 2002 e del 2003, Reininger, Brown e Principle sono tornati a comporre assieme. Era dal ’91, all’altezza di Ghost Sonata (Les Temps Modernes, 1991), spettacolo multimediale già in circolazione dal 1982, che i musicisti di San Francisco (ma di fatto apolidi dagli anni ottanta) non entravano in studio; questo Cabin In The Sky, approdo di nuovo corso dopo la deludente parentesi Joeboy in Mexico, ne è l’inaspettato risultato.
L’album rappresenta un ritorno alle origini, per cui a esser riesumata e rinverdita è la compostezza dell’esordio, con qualche punta di Holy Wars e nessuna traccia del versante wave-macabro-pseudo-ballabile di Desire (ricordate We Are The Victims Of The Dance e i trilli di proto-cellulari?), che darebbe una lezione tutt’ora a molti.

Le fascinazioni mitteleuropee sono ancora lì, intatte, ingrassate e degnamente condite con quel pizzico di humour sbilenco, che non mancherà di suscitare l’ira dei fan più fondamentalisti, ma che a nostro avviso non guasta all’opera nel suo complesso.

I casus belli in tal senso sono i brani Diario Di Un Egoista, La Più Bella e la reprise di quest’ultima in cui, tra un sipario in field recording dove un vampiresco Reininger chiede a un vecchietto di cantare una canzone per lui, e un recitato su arie arabeggianti, si consuma uno sberleffo bonario – ma non per questo meno irriverente – nei confronti della cultura maccheronica.

Reininger, che canta a metà tra Paolo Conte e la vinazza di Vinicio Capossela, intona nel primo brano la parodia di una storia d’amore che fotografa sottilmente l’immagine stereotipata che molti stranieri conservano dello stivale …e non è di certo la più lusinghiera, giacché l’immaginario sotteso va dal paffuto cantante di lirica al gondoliere canterino e al consueto pizzaiolo strillone napoletano, passando per l’usignol ciociaro di felliniana memoria.

Inaspettato e geniale, questo giochetto (forse effettivamente un po’ fuori luogo e magari più azzeccato come cameo ai concerti) è cosa a sé rispetto a un album che, come si diceva, segna un ritorno alla compostezza e alle partiture perdutamente innamorate della weltanshaaung mitteleuropea e del Miles Davis più ambientale. Così, il già senza tempo Half Mute riacquista luce: il mitico basso angolato di Principle s’inspessisce, il sax e il nervoso violino di Reininger s’infilano più latini e la non meno l’efficace programmazione/drumming sempre del bassista trova maestri quali Dj Hell (autore altresì del remix di No Tears), Marc Collin, Aksak Maboul, Juryman, John McEntire, e i Tarwater a dare un sostanzioso contributo tecnico.
Tutto come prima e più di prima, specie nel trittico iniziale (A Home Away, Baron Brown, Annuncialto), vero tuffo nel passato e nelle plumbee manovre non disponibili dei Residents (originari mentori del gruppo); ma c’è anche spazio, nella seconda parte, per la sperimentazione di marca nu elettronica.
(anche se la collaborazione con McEntire si rivela in Luther Blisset) pregevoli pertanto le ambientazioni tortoisiane di Cagli Five-O (e come, a questo punto, non pensare a quanto i secondi abbiano imparato dallo stile di Principle?), dannatamente ricco di charme il musical vapiresco di Here Till X-Mas, dove Brown recita come una Liza Minelli narcotizzata (anzi sarebbe meglio dire Milva sveglia) su basi quasi cyber techno (pare) di Hell; discreto il vaudeville cacofonico e deforme di Chinese Mike, ricco di serrati ritmi elettronici sui quali si stagliano le improvvisazioni free dei sax e del pianoforte.

Il trittico finale segnerà ancora una svolta, una virata verso un sottile elettro-latino ambientale, sorta di cocktail lounge che farà assorbire sale e sabbia alla pelle bluastra di Scream With a View spostando il sound verso lidi esotici e addirittura riverberi dub. C’è un Brian Ferry crogiolato su una amaca in Misty Blue, un mare digital elettronico in The island e un’architettura levigata al calar del sole in Annuncialto Redux (dove a curare il suono sono i Tarwater), la traccia che chiude un album sospeso tra antico e (post)moderno, tra il ‘900 e i prodromi del nuovo millennio.

C’è chi invecchia bene a questo mondo, comprendendo che da premesse troppo serie è indispensabile cedere all’umana voglia di rinnovamento, trovando lo spazio necessario alla scrittura di quel linguaggio penetrante ma volatile che è il suono organizzato.

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