Recensioni

Monografia sintetica (a cui effettivamente non sapremmo aggiungere altro): fra i tanti albionici folgorati dalla “grazia” di Jeff Buckley i Turin Brakes furono fra quelli che risposero meglio, trovando nella provvidenziale coniugazione con la quiet english psychedelia dei Floyd acustici minori e con l’aiuto del santino di Simon & Garfunkel una discreta personalità, certo un po’ diluita ma, se debitamente distillata, capace di una manciata di canzoni veramente mozzafiato come The Door, Mind Over Money e The Long Distance. Approfittarono il più possibile del trend abortito del New Acoustic Movement per poi rifugiarsi in uno stile monolitico tutto crepuscoli e toni umbratili. Fine della monografia.
Dopo aver sfruttato questa vena per due album Paridjanian e Knights si sentono ora abbastanza maturi per affrancarsi dalle pastoie con le quali la critica li aveva facilmente catturati al debutto: via allora Jeff Buckley, via la psichedelia acustica e via Simon & Garfunkel, via anche gli ultimi riferimenti al NAM (il tipico strumming del duo viene qui ridotto a fattore superficiale, niente più che una sbiadita griffe) e via persino quello stile crepuscolare (rimasto però in copertina!) su cui sembrava poggiarsi il nome Turin Brakes. Finalmente liberi dunque, ma cosa rimane dopo tutta questa repulisti? Niente: il più assoluto, radiofonico, nulla.
Ci si può sorprendere a tenere il tempo sulle note della title-track, certo; ci si sorprende ancora di più nel realizzare che il pezzo migliore del disco sfigura al confronto di un qualunque riempitivo dei due precedenti album. Forse hanno sbagliato nello scegliere le mani a cui affidarsi (dopo il felice tocco di Tony Hoffer, già al servizio di Beck ed Air, è il turno di Mark Spike Tent e della coppia Treahearn-Haggett recentemente dietro alla consolle per Linkin Park, Britney, Black Eyed Peas… non proprio le musicalità più affini ai Brakes), ma la scelta dei tecnici pare un effetto del loro nuovo stile più che una causa: volevano suonare freschi però gustosi e lo sono nella misura in cui lo è dell’acqua bevuta da un bicchiere lavato male, indi “impreziosita” dal retrogusto del frappè del giorno prima unito a una “sana” punta di detersivo, quello sì della miglior marca.
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