Recensioni

7.3

Li vedi? I suoni in movimento, uno si trasforma in un altro, l’elettrico che si fa acustico, la malinconia che diventa euforica impazienza, introspettivi nella danza celebrativa del corpo. Il canto degli uccelli, lo scrosciare timido dell’acqua, le trame morbide e sobrie. Questa è la musica del realismo magico, in cui qualsiasi cosa potrebbe trasmutarsi in altro, in qualsiasi momento. Questa è la musica dei Tunng, che a cinque anni di distanza dal precedente Turbines tornano in gran spolvero e lo fanno con la line up originale della band, spinti dal desiderio di rievocare quella magia vissuta nei primi dischi. Mike Lindsay e soci danno così vita a undici brani di pura folktronica indie capace di accarezzare i testi espressionistici con chiare immagini mentali, mentre il Fender Rhodes di Martin Smith lega assieme tutte le tracce con quella coerenza musicale che conferisce continuità all’album.

Se negli ultimi dieci anni la coppia ha percorso strade diverse – Genders con i Diagrams e Lindsay con il duo Lump – oggi i due appaiono più affiatati che mai, suonando al tempo stesso tradizionali e lungimiranti. Il modo in cui avvolgono quei suoni in un’elettronica meticolosamente fabbricata con campionature perfette richiede un orecchio di gran classe, che già abbiamo visto nel recente Everyday Robots di Damon Albarn. Queste sono canzoni generate da un tumulto interiore, manifestazioni di un lontano senso di colpa, partite a scacchi giocate con l’anima, a tarda notte ovviamente. Questo ultimo album è ancora più brillante dei primi lavori, con la parte elettronica più prominente rispetto a This is…Tunng: Mothers Daughter and Other Tales o Good Arrows, mentre gli arrangiamenti freneticamente complicati riescono a fondersi con semplicità ed eleganza moderna a superfici più ruvide. Genders è tornato per aggiungere una dolorosa malinconia ai ritmi liquidi, ai solchi strumentali in continua espansione, andando quasi a sovvertire i canoni più folk per amalgamarli a un’elettronica finemente prodotta, delicata e introspettiva. I Tunng hanno costruito ormai un nome sulla loro capacità di intrecciare vivaci arazzi folk con briosi tocchi di musica elettronica.

Un senso di mistero e stanchezza investe il disco. Dal pull immersivo di Dream In ai beat sincopati che si muovono nelle melodie ondeggianti di ABOP, i Tunng portano avanti un senso di contemplazione notturna su groove elettronici leggeri, come quando Lindsay canta di come «tutto è più difficile da fare quando è sbagliato o giusto». Nelle riflessioni di The Crow o nell’atmosferica Battlefront piena di sussurri ambient e synth blues, fino ai fronzoli ambient di Dream Out, Songs You Make At Night è un’invadente giravolta di suoni glaciali e paesaggi sonori dalla narrazione maestosa. Un album che eccelle nella trama e nella dinamica, al cui interno ogni canzone è un intricato meccanismo di percussioni ronzanti, chitarre elaborate che funzionano in tandem con pattern di synth spiraliformi e paesaggi sonori caleidoscopici in grado di creare un claustrofobico senso di euforia.

I testi riecheggiano quel senso di spiacevole serenità, rifacendosi all’immagine nostalgica dei pensieri dell’infanzia: «È un bel sogno», osserva Genders, con un disadorno e inquietante vibrato. Songs You Make At Night ci trasporta in un deserto notturno dove i sogni possono essere senza limiti. Il disco è la testimonianza della visione creativa dei Tunng, gli unici in grado di far apparire il buio così colorato. Potenzialmente l’inizio di una seconda fase, di un nuovo modo per intendere la notte.

 

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