Recensioni

Il primo incontro con la musica di Tujiko Noriko non è facile, perché possiede un elemento quasi indefinibile, che richiede la modalità primaria dell’ascolto: quella interessata. Fin dalle sue prime interviste, l’artista nipponica ha sempre rivendicato di fare musica pop, una dichiarazione spiazzante se si ascoltano dischi come Hard Ni Sasete o Shojo Toshi. Ma è proprio in questo risultare inafferrabile, dicotomica, quasi contradditoria, che sta la forza di una musicista dotata di un innegabile talento.
Fin dai suoi esordi, Noriko stringe un legame artistico con una delle più importanti label di elettronica sperimentale, l’austriaca Mego Records (ora diventata Editions Mego), che rappresenta un’altra chiave di volta nell’attitudine iconoclasta della cantante. Sommersa in un universo sonoro in cui la dilatazione del tempo si intreccia alla fisicità di una voce da Lolita, la giapponese spezza i ritmi, si ferma e riparte, si perde in riff onirici, si lancia in piccole sessioni free e confeziona brani di programmatico espressionismo. L’arco delle collaborazioni è inoltre servito a calibrare in maniera ancora più ampia le sue prospettive musicali, perché alla partnership artistica con Aoki Takamasa (poi entrato nella scuderia Raster-Noton) ha poi aggiunto sessioni in Europa e Stati Uniti. Dopo oltre 14 anni di produzioni, il nome della fanciulla di Osaka è ormai noto in alcuni angoli del globo e con My Ghost Comes Back si completa di una fondamentale esperienza uditiva.
La partenza dell’album ingloba da subito l’ascoltatore in queste elaborate maglie di suoni, passando dalla melodia alla rarefazione, dal tintinnio di cristallo al beat algidamente digitale, dallo spazio profondo alla percezione delle piccole vibrazioni. Quattordici minuti di un’overture spiazzante, che prelude ad una forma di pop avanguardisca. Sebbene i testi parlino di temi mai troppo originali, la successione dei brani si rivela una scelta essenziale per l’economia dell’album, perché crea un climax di ottima efficacia. Con Through The Rain la ritmica prende definitivamente le redini del disco, ribaltando l’approccio minimal-riflessivo e congiungendo folk, tradizione ed elettronica senza perdere un pizzico di spigliatezza.
My Ghost Comes Back ha il pregio di porsi fuori dall’hype dei nostri giorni, fuori dalle regole del marketing, dalle strategie “mediaticamente azzeccate”. Fuori, insomma, da quello che sta irreggimentando la qualità della produzione e bloccando il vero meticciato della musica globale. Ad una identità ben definita, Tujiko Noriko aggiunge una libertà espressiva davvero impressionante. Il Giappone dei tamburi ieratici incontra i sospiri vocali dei club digitali, i bassi profondissimi della laptop generation si legano agli strumenti a corda di tradizioni lontane. Dallo stato di attesa dilatata Noriko riesce a far espandere bolle di suono che si dilatano attorno all’ascoltatore in un perfetto equilibrio speculare fra inizio e fine dell’album. Un piccolo viaggio di elevazione, in cui la forma canzone smette di avere significato ma il senso di evocazione rimane potente e perfettamente riconoscibile.
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