Recensioni

Per il nuovo disco dei Tropical Fuck Storm si potrebbe tranquillamente utilizzare la parola “guazzabuglio”, ma a patto che si dia al termine un significato positivo con lo scopo di indicare un impasto estremamente sincretico, ma creativamente molto affascinante. Certo, ci troviamo al cospetto di un vero assalto psicologico non facilmente digeribile, ma pare proprio che i quattro australiani siano piuttosto divertiti dalla situazione.
Quello che potevamo leggere in nuce in brani come la title track del precedente album della band, Braindrops, ora viene completamente dispiegato in tutte le sue potenzialità, attraverso testi politici provocatori e un mix di blues fangoso, new wave celebrale, carnalità garage, hip hop stralunato ed elettronica povera sopra le righe. Il tutto ben racchiuso dal più che indicativo titolo Deep States, a indicare quello stato profondo delle cose che oggigiorno rende la realtà quotidiana un circo surreale, pervaso massicciamente da comunicazione social, interpretazioni relativiste, gossip politico e individualismo spinto a oltranza verso nuovi orizzonti del menefreghismo sociale.
Per comprendere meglio di cosa si tratti, prendete il brano G.A.F.F., sconvolto cabaret sull’attuale successo delle assurde teorie cospirazioniste e la rinnovata passione per i fascismi, dove Gareth Liddiard e le sue tre socie prendono Jon Spencer, lo spruzzano di Beck e gli incasinano la capoccia con un po’ di sana consciousness à la Wu Tang Clan; o il rock svociato intagliato con l’accetta e spremuto con splendidi arrangiamenti à la Polvo di The Greatest Story Ever Told, in cui Gesù torna sulla terra per mettere in guardia l’umanità sulla propria auto-estinzione; o ancora il garage shakerato con tensioni industriali e culti suicidi di Suburbiopia e il rap deviato con spezie blues punk di Blue Beam Baby, struggente omaggio ad Ashli Babbitt (la donna uccisa mentre assaltava il Campidoglio degli Stati Uniti lo scorso 6 gennaio) e al suo cuore MAGA deformato dalle teoria Blue Beam che frulla assieme NASA, Anticristi e tecnologia.
Insomma, un suono stravagante quanto magnetico che veicola storie da nuova cultura dell’apocalisse e che prosegue now wave come i Dead Rider quando incontrano Mr. Paul Williams (The Donkey), tira un po’ il fiato con il croonerismo lo-fi (Legal Ghost) e ripesca il sexpionage della Germania dell’Est durante la guerra fredda con le melodie pop sixties à la Gainsbourg disturbate da synth slabbrati (New Romeo Agent). The Confinement Of The Quarks è la giusta sottolineatura per i titoli di coda di un film siffatto, e che ci fa alzare dalla poltrona assolutamente deliziati.
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