Recensioni

Se alle scuole superiori un gruppo comincia a fare cover degli Slipknot e dopo qualche anno si ritrova a suonare una sorta di pop di stampo brit mescolato a distorsioni shoegaze, motivi indie rock e un’attitudine alquanto space rock, allora dietro al progetto non può che celarsi una apertura mentale a dir poco elevata. Una versatilità a 360° ampliata nel tempo quella dei Tripwires: ci sono voluti circa sei anni per riarrangiare, perfezionare e completare Spacehopper nella loro Reading definita come un “gran posto per scrivere musica”. La cura per il dettaglio, infatti, si comprende sin dopo i primi minuti di ascolto e va in parallelo con una spiccata dote creativa. Certo, non siamo di fronte ad una rivoluzione nè tantomeno a un gruppo dalla vena innovativa degna di memoria, ma di un primo full lenght che si fa notare – oltre che per alcuni brani azzeccati – per le atmosfere spazio-emozionali che sa creare.
Il sound del gruppo si rifa agli anni ’90, questo è indubbio. Attacchi shoegaze e alcune sonorità che vanno a braccetto con personaggi del calibro di Slowdive e Ride (Love Me Sinister o Spacehopper) e che sfociano nei riverberi – non del tutto funzionali – di palese fattura My Bloody Valentine plasmati su strofe britpop alla Travis di Paint, un brano che suona leggermente forzato nella sua natura. Allo stesso tempo i Tripwires compongono melodie proprie del rock più british-style, tra linee morbide di chitarra e basso, dimostrando il loro attacamento a quelle chitarre diventate un marchio di fabbrica degli Oasis (Catherine, I Feel Sick) o a impostazioni strutturali dei primissimi Radiohead (Plasticine, la bonus track Clusterfuck, o anche Tin Foil Skin se fosse stata lunga la metà).
In definitiva, un disco che si lascia ascoltare, suonato da un gruppo che è bene continuare a tenere d’occhio. Non sia mai che, risolta qualche piccola indecisione compositiva, la band regali qualche soddisfazione in più nel futuro.
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