Recensioni

Sono passati tre anni dal validissimo Obverse ma Anders Trentemøller è ancora lì, a scavare tra i grigi della propria terra e da lì penetrarne i sogni più reconditi. La ideale trilogia formata da quel disco, Lost e Fixion, diventa con Memoria una quadrilogia, con gli ultimi due capitoli a legarsi l’un all’altro per finalità ed equilibri. Al solito, il produttore scandinavo compone i pezzi prima in solitaria e poi chiama la band a risuonarli per conferir loro fragranze, organicità e spessori live. E anche le spezie dell’intingolo sono le medesime (dream pop, shoegaze, kraut e un pizzico di post-punk da una parte, cinematografie dark wave elettroniche dall’altra), a cambiare semmai sono il raccoglimento e la catarsi, elementi dominanti di una tracklist dalla durata piuttosto impegnativa per i suoi standard.
Il pop non viene certo abbandonato (e per la prima volta testi e melodie sono soltanto suoi), ma dopo l’iniziale doppietta (le slowdiveiane Veil Of White e No More Kissing In The Rain) è chiaro fin dalla scelta delle successive Darklands e Glow che spazio e attenzioni sono dedicati altrove. Parliamo di una scaletta dalla durata che sfiora il doppio album (1 ora e 12 minuti) di cui solo cinque brani sono cantati su un totale di 14. Alla voce ritroviamo la sola Lisbet Fritze dei Giana Factory (già presente nel precedente lavoro) e, visto il taglio shoegaze / dream pop prediletto fin dall’ispirazione iniziale, è interessante notare come il parallelo principale, ancor prima di quello più naturale – gli amati Slowdive – rimandi ai Beach House. Le assonanze sono palesi in All To Soon ma non certo solo lì, e non vi è nessuna sorpresa in questo: la cinematografia di David Lynch è il riferimento comune alla sensibilità di entrambe le parti, così come è chiaro che a Badalamenti vada l’omaggio di A Summer’s Empty Room, brano che forse più di altri pare evocare tensioni e angosce prodotte da due anni di pandemia.
Se il Trentemøller dell’oscurità riallaccia convergenze parallele con The Soft Moon e imbastisce nuovi dialoghi a distanza con i Radiohead sul lato di Thom Yorke che ora dovremmo dire Smile (When The Sun Explodes), quello dalle sublimi architetture emerge invece in episodi come Swaying Pine Trees, ottimo esempio di come si possa convertire locked groove depechemodeiani in scurissimi piano sequenza tra le foreste scandinave. Il brano rappresenta anche l’ultimo avamposto tinto di nero del disco, una prova matura e ben ponderata tra le sue parti, che conquista davvero nella successiva (e finale) sezione. Introducendo la luce (la wavey eppur ambientale Drifting Star, tessiture chiarristiche di marca Interpol) e il mare (Linger tra la Nouvelle Vague e Durutti Column), il produttore prende commiato tra le volte celesti di una tangibile malinconia. Quella per ciò che eravamo, per ciò che era, per ciò che non sarà più.
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