Recensioni

Potremmo iniziare a parlare dell’ottava edizione di Transmissions partendo dalla fine: una domenica mattina e 66 persone (circa) in una stanza del Museo Internazionale delle Ceramiche a Faenza impegnate a sorseggiare una bevanda biancastra (ammettiamo candidamente di non averla assaggiata) da tazze di terracotta inizialmente disposte sul pavimento. A fare da colonna sonora, un armonioso cinguettio di uccelli boschivi che invece di arrivare da una registrazione, proveniva dalle labbra barbute e bianco-crinite di un soggetto in abiti da montanaro di cui onestamente ignoriamo tuttora l’identità. Una curiosa valvola di decompressione con allegato ritorno alla realtà, per un festival decisamente fisico nei contenuti: dal punto di vista del cartellone, caratterizzato da maratone come quella di un sabato 28 novembre con ben cinque live in programma, l’ultimo dei quali (Ron Morelli) iniziato all’una e venti di notte; dal punto di vista della musica proposta, quest’anno davvero senza compromessi e spesso destinata ad impattare in maniera violenta contro il pubblico. Una direzione artistica rischiosa che se da un lato non ha lasciato molti dubbi sugli interessi musicali del curatore, Nico Vascellaricredo sia giusto dire che ho dato priorità agli artisti, piuttosto che al pubblico», dichiarava a suo tempo il Nostro in un’intervista), dall’altro ha forse allontanato inconsapevolmente un fetta di utenti trasversale e potenzialmente interessata a un festival come Transmissions. Buone presenze nella seconda serata più “commerciale” (con i Ninos Du Brasil capitanati dallo stesso Vascellari, The Soft Moon, Clay Rendering), discrete nella terza (Ron Morelli, Ghédalia Tazartès, Eric Copeland, Vaghe Stelle, Carlos Casas), non moltissime nella prima (una delle più intriganti, con Demdike Stare, Extreme Precautions, Low Jack, RM), tuttavia curiosità d’obbligo per un programma che ha avuto comunque molti punti di forza da mostrare.

[ph: Chiara Donati]
Carlos Casas [ph: Chiara Viola Donati]
Le buone intuizioni non sono mancate, a partire da un preludio, lo scorso 5 novembre, che è stato uno dei momenti migliori della manifestazione, con l’estremista Prurient a far da mattatore grazie a un set violento e disturbante, e la bella scoperta “vampiresca” Bus De La Lum (creatura dello stesso Vascellari) sciolta in un ambient-noise da incubo che non sarebbe dispiaciuto al buon Nosferatu. Tanti i set intriganti anche nella tre giorni ufficiale di festival e in particolare nella prima serata, a cominciare da quello del progetto Extreme Precautions di Paul Regimbeau (Mondkopf). Potremmo definire il Nostro come una sorta di Jean Michel Jarre elettronico in versione grindcore finito per sbaglio nel film Hellraiser: un set tiratissimo, teatrale e aggressivo il suo – efficace almeno quanto l’ultimo album In Paradisum – che abbiamo vissuto chiedendoci cosa potrebbe generare una collaborazione tra il suddetto e il bravo Bologna Violenta. Altrettanto riuscito il live di RM (Riccardo Mazza), elegante e ipnotico crescendo elettro-noise-industrial da tenere sotto stretta osservazione, mentre la citazione d’obbligo della serata va ai Demdike Stare: tra giradischi ed effettistica, Miles Whittaker e Sean Canty si sono confermati maestri nel confezionare un astrattismo elettronico oscuro e post-industriale. C’è una grandissima eleganza in un flusso sonoro che non impressiona per colpi di teatro gratuiti, ma gode di grande coesione e punta sul lavoro d’insieme. Non del tutto efficace, invece (seppur coraggioso, dal punto di vista musicale), il mood gutturale e istrionico in bilico tra techno, freakerie e industrial di Low Jack, meno attratto dalla visione di insieme e più lanciato sul crinale di uno sperimentalismo eccitato ma talvolta dispersivo (per informazioni, rivolgersi al Sewing Machine uscito quest’anno).

La seconda serata del festival si è rivelata un climax ascendente, in termini di gradimento: l’ambient-wave-shoegaze dei Clay Rendering non ha retto il confronto con i successivi – e di ben altro spessore – Ninos Du Brasil e The Soft Moon: i primi sono stati come al solito travolgenti, con il consueto carnevale di batucada, percussioni in diretta ed elettronica, mentre il secondo è riuscito a dare alla sua dark-wave/post punk ancor più carattere rispetto alla versione su disco – il discreto Deeper, uscito a marzo 2015 – grazie a un sound aggressivo, algido e implacabile.

[ph: Chiara Donati]
Ghédalia Tazartès [ph: Chiara Viola Donati]
L’apertura del sabato è stata affidata a Ghédalia Tazartès. Attivo discograficamente dal 1979, il francese è considerato un genio dadaista della musica più d’avanguardia. I tempi di Diaspora (album d’esordio nonché, ad oggi, “masterpiece” del musicista) sono abbastanza lontani, ma l’artista non ha rinunciato alla commistione affascinante tra salmodiare muezzin improvvisato e musica dalle più disparate ispirazioni (concreta, ambient e mille altre derive). La differenza, durante il live, l’ha fatta la base musicale scelta per le improvvisazioni: la voce unica di Tazartès ci è parsa perfettamente in armonia con i brani più catartici e sospesi tra il minaccioso e l’etereo; in altri casi, il loop di sensazioni che è scaturito non è stato sempre dei migliori. Posto comunque che la materia trattata, proprio in virtù del suo valore “concettuale” prima che artistico, potrebbe essere motivo di discussione infinita. Il successivo Eric Copeland (Black Dice e una carriera solista votata all’elettronica) si è presentato sul palco accompagnato da una chitarra acustica, lasciando tutti basiti. Una mezz’ora circa di brani senza soluzione di continuità e stilisticamente in bilico tra Bo Diddley, Daniel Johnston, Jonathan Richman (nomi che citiamo a caso, ma nemmeno troppo), senza interessarsi più di tanto all’intonazione, all’estetica o alla coerenza artistica col suo passato. Da dove arrivano le tracce? Non ne abbiamo la più pallida idea, ma fonti del Bronson ci dicono di un album forse in uscita il prossimo anno. La vetta della serata, per chi vi parla, è stata l’esibizione dello spagnolo Carlos Casas: concerto breve ma di grande effetto, ottimo esempio di soundscape applicato all’elettronica da parte di un musicista che in realtà è anche un filmmaker. E infatti l’ambient che il Nostro propone è un gioco di equilibri tra field recording e suoni dall’imprinting decisamente cinematico, il tutto cesellato al millimetro. Per un Vaghe Stelle che conferma ancora una volta tutte le ottime cose dette di recente sulla sua elettronica – leggetevi la recensione di Abstract Speed + Sound – e che fa ballare tutto il Bronson, c’è un Ron Morelli che chiude il festival con il solito suono pachidermico, massiccio, ritmicamente marmoreo. Degno sigillo a una manifestazione che continuiamo a ritenere una parentesi imprescindibile – e, nella sua diversità, assai preziosa – della programmazione festivaliera italiana.

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