Recensioni

Questo è il modo in cui veniamo trattate con sufficienza. Questo è il modo in cui scompariamo
Potrei iniziare scrivendo che questo libro mi ha fatto male. Non per il problema che solleva, un problema così grande che invade tutto il campo visivo e perciò diventa difficile da vedere, soprattutto se non fai chissà quali sforzi per individuarlo. No: mi ha fatto male perché utilizza come chiave, come punto di accesso al cuore della questione, una band che amo particolarmente. Di più: un bellissimo libro su quella band che ho molto amato.
Per quale motivo Tracey Thorn – autrice, musicista e cantante sia negli indimenticati Everything But The Girl che da solista, da qualche anno scrittrice prolifica e columnist per New Statesman – ha voluto dedicare un memoir biografico a Lindy Morrison, batterista dei The Go-Betweens? Ce lo spiega lei stessa, un po’ in filigrana, in uno dei capitoli finali, quando in pochi laconici paragrafi traccia un solco sottile ma profondo tra lo sconcerto di fronte a un bilancio esistenziale insoddisfacente, frustrato da senso di impotenza e inevitabilità (“Cosa farò con tutto questo dolore se non riesco nemmeno a trovarlo?”), e il fatto puro e semplice di essere donna in un mondo – quello della musica e il mondo in generale – configurato per gli uomini (“È come uno scomodo ritorno alla giovinezza, con tutte le sue fastidiose domande su come diventare una persona, una persona intera, la persona che più si desidera essere. O la persona che devi essere”).
Tracey e Lindy si conoscono da una vita, ovvero da un fatidico incontro in un camerino nei primi anni Ottanta (a cui allude l’immagine di copertina), ragion per cui la scelta di ricostruire l’emblematica vicenda della musicista australiana è venuta, come dire, da sé, ma pare evidente che questo libro è anche una risposta – un suo contraltare – a Grant & Io, il bel memoir di Robert Forster sulla storia dei Go-Betweens che, come lascia intendere il titolo, fa sostanzialmente coincidere la storia della band con il rapporto umano e artistico tra i due membri fondatori.
Thorn fa invece notare che è solo quando Lindy si è seduta dietro ai tamburi che si può parlare davvero di una band: la sua presenza li ha “elevati al di sopra dei ranghi della stereotipata band indie-maschile-studentesca, collegandoli con le nuove correnti musicali che stavano rovesciando lo squilibrio di genere (…) Senza di lei erano solo decenza e castità. Lei li ha aperti, li ha smontati e rimontati”. Invece, nel libro di Forster la figura di Lindy Morrison ha una sua rilevanza, certo, ma dal punto di vista musicale è un fantasma, una presenza sostituibile, accessoria.
Si potrà obiettare che Grant & Io è più il tributo a un amico la cui vita è stata spezzata all’improvviso e maledettamente presto che non il tipico memoir su una band, tuttavia è difficile ignorare quanto la sua angolazione vada – consapevolmente o meno – a incastrarsi in un quadro generale nel quale le musiciste sono spesso viste come ancelle, personaggi secondari, elementi complementari di un gioco perlopiù maschile, una forma mentis che non risparmia neanche un musicista/scrittore dall’intelligenza, dalla sensibilità e dall’acume di Robert Forster. Aggiungo: si tratta di un aspetto che ho colpevolmente trascurato leggendo – e amando – Grant & Io, e di questo devo essere grato a Thorn, che a suo modo mi ha messo con le spalle al muro. Mi ha fatto male, appunto.
La mia amica rock’n’roll ripercorre in maniera non lineare la vita – non solo artistica, anzi – di Morrison facendo perno sull’amicizia tra lei e l’autrice, pescando da un’aneddotica gustosa e a tratti impietosa. Il ritratto che Tracey fa di Lindy è splendido, di una ragazza cioè che sboccia dall’infanzia sfocata (anche a causa di una miopia diagnosticata tardi) e si getta sulla vita oltre la bonaccia di Brisbane dei primi anni Settanta. Tra l’impegno civile (si presta come volontaria per l’Aboriginal Legal Service) e la frequentazione di una casa-comune in cui mette a fuoco l’attitudine artistica (tra i coinquilini c’è un certo Geoffrey Rush…), inizia a suonare la batteria, facendo così emergere un talento che la porterà nel ‘78 a far parte della punk band Zero.
È a questo punto e in questo ruolo che Forster la nota, ma sarebbe più corretto dire che ne rimase travolto: dal 1981 Lindy fa il suo ingresso nei Go-Betweens e nella vita di Robert, assieme al quale stringerà una relazione che durerà fino al 1989. L’episodio del licenziamento di Lindy e Amanda Brown dalla band è uno dei più duri ed emblematici dell’intera vicenda: le due si prenderanno una rivincita nel ‘91 fondando il duo Cleopatra Wong, esperienza di breve durata ma capace di ritagliarsi una certa visibilità e – va da sé – più soldi di quanti ne avessero visti in tutto il tempo speso assieme a Robert e Grant.
Gli anni seguenti vedranno Lindy impegnarsi su più fronti, sarà scrittrice, attivista, avvocato, performer, punto di riferimento per la scena culturale di Sidney, dove attualmente risiede con la figlia Lucinda. Ma il mancato riconoscimento del suo ruolo nei Go-Betweens è una ferita che ancora tarda a rimarginare.
E qui entra in gioco Thorn: la sua prosa – uno srotolarsi misurato ma acuto di understatement britannico, disincanto e sacrosante rasoiate – mette a nudo i conti lasciati in sospeso, illumina le zone d’ombra, percorre sfaccettature e risvolti. Si rivela assai abile a dipingere con poche pennellate situazioni minime che però contengono intere concezioni del mondo, della vita, dell’arte. Tipo questa: “Quando esce The Queen Is Dead degli Smiths, Robert ascolta incessantemente I Knows It’s Over, e Lindy deve sorbirsi tutto il santo giorno quel testo lugubre sul mondo che crolla addosso a qualcuno, e alla fine va fuori di testa. In segno di sfida, mette a tutto volume Shout To The Top degli Style Council”. Di per sé ha l’aria di una scenetta innocua, ma come parte di un puzzle è la tessera che cambia il senso, la temperatura, la gravità. Perché Lindy è un individuo che erompe, che afferma continuamente se stessa, che detta il tempo, il battito, e scuote gli equilibri. La domanda è: quanto siamo disposti a permetterglielo, in quanto donna?
Il libro è vivo perché Tracey si mette in gioco, si aggira come una flâneuse amareggiata nel territorio del personal essay, fa capire che a motivarla è un desiderio profondo, quello che la spinge a costruire “una persona che ha la forma giusta per colmare il vuoto a forma di persona che abbiamo dentro di noi”. Tra i carburanti c’è anche la rabbia, accumulata negli anni, immagazzinata, disinnescata, infine di colpo riaffiorata nel momento stesso in cui alla catena degli eventi si aggiunge l’anello di troppo e non accetti più di trascinarla. A quel punto tutto il tempo speso nella riflessione, nella mediazione, nell’amarezza, coagulano in una consapevolezza bruciante, si rovesciano in sentenze brusche, forse eccessivamente tranchant ma proprio per questo capaci di arrivare con forza al punto: “Gli uomini sperimentano la disperazione esistenziale, mentre le donne hanno il ciclo”.
Fa male questo libro proprio perché fa bene. Perché colpisce con misura e ragione. Perché parla di musica, ovvero di quello che amiamo, e di come non sia affatto quella dimensione espansa, libera dai vincoli e dalle zavorre culturali che appesantiscono il passo, lo sguardo, il respiro. Tutto ciò evitando i massimi sistemi, infilandosi nel labirinto di una piccola, umanissima rivalsa. Procedendo di fragilità in fragilità, fino a scoprirne la forza.
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