Recensioni

7.1

Viviamo strani giorni. Una guerra infinita sta aprendo scenari futuri prevedibili ma complessi che con buona probabilità cambieranno il nostro modo di vedere il mondo. Una pandemia globale che già ci aveva messo di fronte a riflessioni profonde sul nostro rango e sulla nostra posizione all’interno dei cicli naturali della vita, sta per diventare un evento storicizzato. Anche la sua narrazione è cambiata, dalle nostre parti siamo tornati a chiamarlo Coronavirus, come ai primi tempi quando ancora sembrava lontano e incomprensibile, e le immagini dell’aberrante lockdown politico di Shanghai hanno contribuito ad allontanarlo ulteriormente. Dopo le riflessioni, i ragionamenti e le tante analisi, c’è chi desidera mettere in moto un nuovo pensiero uscendo da (ma anche grazie a) un lungo stallo.

Smettere di raccontare il lockdown, ad esempio, è un imperativo con cui Chaz Bundick (o Bear o Toro y Moi) ha deciso di realizzare MAHAL, il suo ultimo lavoro in studio nonché il primo per Dead Oceans. Una volontà forte e animata da una visione di più ampio respiro rispetto alla tendenza claustrofobica registrata spesso e volentieri da molti suoi colleghi, e come lui stesso ha raccontato in una recente intervista a RS («Non voglio legare i miei futuri ricordi di un lavoro a cui tengo molto a quello che abbiamo vissuto dal 2020 in poi […] l’ambizione era quella di incapsulare tutte le mie influenze, le mie vie di fuga musicali in una big picture»)

La parola d’ordine per accedere a questo mondo così complesso e composito è senza dubbio groove. Toro y Moi pesca da tutto ciò che per lui negli anni ha significato ispirazione, contenuto, divertimento, ma anche metodo, studio e pratica. Al suo interno s’incontrano il funk della West Coast, dalle parti di Charles Wright & The Watts per intenderci (Millennium, Goes by so fast), il jazz (Last Year) e l’exotica, moltissima psichedelia anni ’70 (The Medium che vede il prezioso feat con Unknow Mortal Orchestra) che setaccia mastodonti anche europei (Focus o i Magma) e britannici (ai Charlatans vien da pensare ascoltando Way Too Hot), Beck (Clarity, Déjà Vu), e specialmente quel Beck che si è ispirato a Prince (Postman e Magazine, gli stessi due brani che vedono il feat. di Salami Rose Joe Louis), il tutto baciato da una produzione che dall’accarezzare la lezione dei Dust Brothers porta al glo-fi della casa.

Tante istanze apparentemente lontane che, se da un lato rischiano di allentare la tenuta dell’album in più parti, dall’altro contribuiscono alla realizzazione di una sorta di mappa etnografica collettiva, un fil rouge multistrato che racconta la genealogia di Chaz Bear restituendoci uno dei migliori narratori del contemporaneo.

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