Recensioni

In principio fu Jay Kay, con i suoi Jamiroquai. Anno domini 1994. Era (ed è) lui lo Space Cowboy, per altro, se vogliamo, già ritornato ben prima di questa riedizione paradisistica. Il primo disco solista dell’ex Thegiornalisti, oltre al titolo, in realtà non ha nulla in comune con la band londinese, piuttosto segue il canovaccio del millennial piacione che dopo la quinta superiore speravamo fosse, sinceramente, acqua passata.
E invece no, Tommaso Paradiso quest’aura da ragazzaccio con la chitarra che “solo una donna” può far rinsavire, agglomerato stereotipico di testosterone e patetico romanticismo non la abbandona. Non può abbandonarla: la sua poetica si regge unicamente su questo, e Space Cowboy ne è l’ennesima prova. Prodotto da Federico Nardelli che ha contribuito, a detta dello stesso Paradiso, ad amalgamare mood e umori generali, rendendoli coerenti con un disegno 80s fra Venditti, Tozzi e Carboni, il disco è tra le cose più radiofoniche che possano esserci in circolazione. Guardarti andare via, struggente racconto sul restare a fare un cazzo a casa mentre la propria compagna esce per andare a lavorare, ne è un perfetto esempio. Mentre sul lato delle scorribande su due ruote il compagno di merende si chiama Franco126. Il pezzo è Amico Vero e, guarda caso, parte da un bicchiere pieno di ghiaccio.
A questo punto lo sanno anche i morti, nei pezzi di Paradiso fa sempre caldo. E non è per effetto del cambiamento climatico se qui l’estate è infinita. La neve poi, come canta nella title track, è sempre «bella vista da lontano», anche perché qui vicino a tenerci compagnia c’è solo un fritto misto di stereotipi («Tu vuò fa l’americano, ma nel cuore c’hai Vasco» oppure «Piango sempre per gli stessi film»). E’ piena estate anche ne La stagione del cancro e del leone, della quale Paradiso ha minacciato uscirà una versione arrangiata con Dario Faini (aka Dardust) pronta a colonizzare i lidi. Magari No, il primo singolo, è un altro compendio di viaggi in macchina, Autogrill, pacchetti di sigarette, un universo, tattile, perduto, forse mai davvero esistito che la nostalgia di Paradiso sembra voler resuscitare in continuazione. Lo stesso si può dire di Lupin (che a un certo punto dice «Ma che splendida normalità / dici che è la primavera my friend?») o di E’ solo domenica, il pezzo Blasco del lotto, il dramma della domenica per Paradiso. Tutte le notti è una innocua canzone d’amore che per fortuna scivola via senza troppi danni, se escludiamo quel passaggio «La vita che cazzo è senza di te? / Sì, senza di te, eh, eh-eh-eh». In Vita le atmosfere vanno ai ’60 italiani, mentre Sulle Nuvole – ennesima ballatona cinematografica – ci ricorda che porta lo stesso titolo del film diretto e co-scritto proprio da Paradiso e in uscita nelle sale.
I cliché sono sempre i soliti, le parole sempre quelle, le metafore scontatissime. Space Cowboy, sotto il vestito niente.
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