Recensioni

Mentre Anonymous, di sei anni fa, era un progetto unico nel suo genere, il quarto lavoro dei Tomahawk segna il loro ritorno al rock, oltre che ritorno tout court. I nomi, sappiamo, sono pesanti, e nonostante questo i quattro (Mike Patton, Duane Denison, Trevor Dunn e John Stanier) si dimostrano più della semplice somma delle loro pur nobili parti. Anche in caso contrario ci si potrebbe quasi accontentare lo stesso.
La cosa più curiosa di Oddfellows è che ad aprire il disco siano i due brani più “derivativi”, e si tratta nonostante tutto di due pezzi tutt’altro che trascurabili: mentre il singolo Stone Letter riprende i tardi Faith No More (una nuova Digging The Grave?), le figure chitarristiche della title-track sono un distillato di puro suono Jesus Lizard.Per imprevedibilità, l’indice di gradimento all’ascolto propende invece verso White Hats/Black Hats, A Thousand Eyes (quasi dei Bad Seeds virati post-rock) e Rise Up Dirty Waters, dove il quartetto passa disinvoltamente dal jazz al coretto in stile Alice In Chains (sic!!!) a una sgroppata alla No Means No.
Pollice su anche per l’anfetaminico rock/metal dal retrogusto blues di The Quiet Few (la slide di Duane Denison è inconfondibile) e South Paw, e per il bluesaccio vero e proprio di Choke Neck. Non sono molte le band che sanno suonare rock d’assalto con questa tecnica, unendo la passione per le atmosfere morbose e il gusto per la virata spiazzante. Anche se si tratta forse del progetto più “quadrato” di Patton, su imprevedibilità e stranezze i Tomahawk calcano – come ci si aspetterebbe – la mano, senza per questo rendere il gioco fine a se stesso. Una fortuna (e un merito). Il 2013 inizia nel verso giusto.
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