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7.4

Il recupero di alcune song già incise per colonne sonore, per il teatro e per altri progetti trovano per la prima volta spazio in un unico disco di Tom Waits, il triplo Orphans, insieme a pezzi inediti; 56 tracce di cui più della metà nuove, tripartite per generi: i blues e loro derivati in Brawlers, le ballad classiche, i valzer e relative deviazioni in Bawlers, gli esperimenti in Bastards.

Uno, nessuno, centomila: il senso di sottile vertigine che coglie l’ascoltatore a ogni nuovo parto del musicista californiano – mentre ci si chiede a quale delle versioni del Nostro è dato di assistere questa volta – è esemplificato al meglio da quest’ultimo album. Frammenti del primo Waits classicamente lirico (Bend Down The Branches e World Keeps Turning a blandire i cuori del sabato sera, Never Let Go per i losers di Blue Valentines) convivono con blues distorti (Lowdown, 2:19), egotici valzer straniti (Lucinda per sola voce e percussioni elettroniche) o normalizzati (la marziale e strappacuore Take Care of All My Children, dalla soundtrack di Long Gone, 1992), gospel (il traditional Lord I’ve Been Changed), ballad sghembe (Bottom of The World, Road To Piece), rock’n’roll/rockabilly (Lie To Me), cover personalissime (da Daniel Johnston in King Kong agli amati Weill/Brecht, – chiara ispirazione per il magistrale Rain Dogs – in What Keeps Mankind Alive – fino a Leadbelly in un’accorata Goodnight Irene).

With my voice, I can sound like a girl, the boogieman, a Theremin, a cherry bomb, a clown, a doctor, a murderer… I can be tribal. Ironic. Or disturbed. My voice is really my instrument”. Al centro la forza di una voce sciamanica e uno stuolo di musicisti (Marc Ribot, Dave Alvin, Larry Taylor, Mark Linkous, il figlio Casey, Les Claypool tra gli altri). Un compendio del melting pot sonoro e dell’incontenibile estro del Nostro, la cui qualità di scrittura continua a mantenersi costante nel tempo, tra alti e bassi, codificata in forme personali di musica “altra”, al di fuori di spazio e tempo. Non a caso la parte più interessante di Orphans è rappresentata dalle espressioni più sghembe e iperrealiste: i blues malati, le ballad storte, gli omaggi recitati nei racconti di Bukowski e Kerouac (Nirvana e Home I’ll Never Be), gli esperimenti sonori tra rumore e teatro/cabaret espressionista. Personali rielaborazioni delle mille musiche di cui si è sempre nutrito avidamente.

Il resto è (per lui) ordinaria amministrazione. Ma quanto poco ordinaria, a ben pensarci.

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