Recensioni

6.8

I Television. Il CBGB’s. La new wave. Marquee Moon. Senti il nome di Tom Verlaine e pensi immediatamente a tutto questo, alla New York di metà-fine ’70, a quel rinascimento di cui il dinoccolato e acuto chitarrista è stato tra i più luminosi protagonisti. E l’ombra lunga di quella golden age of rock si estende fino ai giorni nostri, facendo sì che ancora oggi il sig. Miller continui ad essere un’icona per le generazioni più recenti di ascoltatori e musicisti (troppi da citare gli attuali debitori della sua lezione).

Comprensibili quindi le curiosità e aspettative per questo comeback, che arriva dopo una lunghissima pausa di quattordici anni in cui il Nostro si è prevalentemente dedicato all’attività concertistica (con Television e l’amica di sempre Patti Smith), eccezion fatta per qualche parentesi in studio (le session di preproduzione per l’abortita opera seconda del compianto Jeff Buckley, My Sweetheart The Drunk); quasi a voler compensare tanta attesa, Verlaine sferra un duplice colpo: un disco di canzoni e uno di strumentali.

Quest’ultimo, Around, si riallaccia direttamente al precedente Warm And Cool – originariamente pubblicato nel 1992 e ristampato dalla lungimirante Thrill Jockey nel 2005 -, riprendendone il mood immaginifico per aggiornarlo in chiave meno jazzy e più atmosferica. Sedici bozzetti in cui la chitarra del newyorchese più che ricamare tratteggia, gioca con pause e silenzi (Mountain), riempie di calore i vuoti, crea paesaggi tra soundtrack e musica ambientale (The O of Adore, gioco sui drones tra Fahey e il Ry Cooder di Paris, Texas), concedendosi di quando in quando escursioni esotiche (Meteor Beach), vezzi blues (Whael Broke), struscii psych gilmouriani (The Sun’s Gliding). Fin troppo facile scomodare la musica per film o l’Eno più suggestivo (Candle, Flame, New), ma Around si muove proprio su questi territori, dando la possibilità alla sei corde di Mr Television di svelare il suo lato più oscuro e talvolta claustrofobico, come nella conclusiva Rings. Decisamente ispirato, laddove Warm And Cool odorava un po’ di maniera (7.1/10).

Dal canto suo Songs And Other Things fa pienamente fede al titolo, nel momento in cui le other things sono due strumentali a mo’ di prologo ed epilogo – A Parade In Littleton, depistaggio plastic funk e Peace Piece, che rimanda dritto a Around – mentre le songs condensano il nuovo capitolo di un singolare percorso cantautorale che riparte dai rigurgiti eighties di The Wonder (risalente all’ormai lontano 1990). Nella sostanza, Verlaine supera la fase puramente “pop” (con annessi gli arrangiamenti commercial di Flash Light – 1987) per abbracciare una sorta di cantautorato impro, dove le canzoni diventano quadretti quasi impressionistici in cui sono le tessiture strumentali a farla da padrone piuttosto che la melodia o la scrittura in sé (un esempio su tutti Shingaling, con la chitarra a svolazzare e la voce ad inseguire); si prediligono tinte soffici e calde piuttosto che schitarrate e atmosfere spiccatamente “rock” (per questo bisogna arrivare dalle parti di All Weirded Out), relegate al ruolo di intermezzo o raccordo. Il discorso cambia quando il Nostro rispolvera il suo vocalismo tremulo e si cimenta in graziosi esercizi di stile (vedi From Her Fingers come trasuda un appeal tipicamente new wave di fine ’70, quasi Talking Heads – o il suo stesso Dreamtime, 1981 – o la Reed-iana The Earth Is In The Sky), con risultati sicuramente accattivanti (la sbarazzina Documentary); in tutto ciò la sei corde si limita ad accompagnare le linee vocali, per liberarsi in dinamiche più sciolte soltanto in The Day On You. Nel complesso Songs and Other Things riflette un po’ la carriera solista di Verlaine: nessun picco particolare ma tanta classe d’altri tempi, sfoggiata con il solito piglio da splendido outsider, da musicista di classe, irrimediabilmente “trasversale” e, per questo, unico.

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