Recensioni

6.8

Per quelli con le antenne più sviluppate di altri, il nome Tom Vek non sarà così difficile da ricordare. Il giovane polistrumentista e tuttofare, casa madre a Londra (sbattuto da East a West), aveva esordito nel lontano 2005 con We Have Sound, un post-rock/indie-rock in linea con i tempi che però sembrava più estroso e creativo di quello di colleghi che già stavano vendendo le loro anime all’hipsteria. Nel 2011, dopo una misteriosa pausa durata sei anni, il Nostro tornava con un Leisure Seizure dove l’indie-rock si sporcava di synth, ritmi danzerecci e della sua voce meravigliosamente sbilenca, tanto da essere immediatamente catalogato alla voce Talking Heads. E il peso di queste etichette non è mai facile da sopportare.

Lo iato questa volta è più stretto – sono passati solo tre anni dal precedente disco – ma Vek sembra non essere cambiato molto. Luck è un album che, proprio come Leisure Seizure, fonde il gusto tipicamente 00s di quattro quarti e giri di basso ingombranti con il pizzico di follia 80s che regala la splendida voce inadeguata del musicista inglese. Ma questa volta si sente forte e chiaro il richiamo dei Nineties, un elemento che infetta un po’ tutti negli ultimi tempi. Basta prendere Sherman (Animals in The Jungle) – tra l’altro ispirata al famoso romanzo (poi film di Brian De Palma) Il falò della Vanità – per capire quanta base Sonic Youth, pre-emo, grunge, sia nascosta nell’ispirazione di questo terzo album. Se poi aggiungiamo il sapore lo-fi e vintage che Vek cuce addosso a brani come Broke (mezzo plagio di I’m No Good di Amy Winehouse, a dire il vero), lo stoner “chitarroso” à la QOTSA di A Mistake, il dreamy pop à la Cure di Ton Of Bricks, l’impostazione sincopata e bass-oriented in stile Bloc Party di Pushing Your Luck, ci accorgiamo di quanta varietà sia stata filtrata negli ascolti e nella creatività di questo ragazzo.

Già, varietà, ma anche una naturale confusione che, se regala perle godibili (le già citate Sherman, Pushing Your Luck e Ton Of Bricks), ci lascia anche un disco piuttosto incostante, sia dal punto di vista del suono che da quello dell’attenzione. Il divertimento non dura tutti gli undici brani, spesso spezzato da episodi monotoni (You’ll Stay) o estremamente derivativi (Let’s Pray). Ciò non toglie che se è vero che Vek non sarà il nuovo Byrne, la sua abilità nel lavorare sulle proprie produzioni e nel filtrare e flirtare con gli ascolti, la sua voce “sbagliata”, la sua aura da geek d’altri tempi, valgono comunque una piena promozione.

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