Recensioni

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All’indomani dello scioglimento dei Rage Against the Machine ricordo un articolo che citava una dichiarazione di Zack de la Rocha più o meno su questo tenore: lui avrebbe voluto che i RATM avessero più fantasia, fossero una cosa più “alla Afrika Bambaataa meets Sonic Youth”, e dall’altra parte nella band c’era qualcuno che non ne voleva sapere di schiodarsi da Jimmy Page e Tony Iommi. Ora, anche se non era citato direttamente, non ci voleva molto per capire che il bersaglio della critica era Tom Morello. Ebbene, il patito di Black Sabbath e Led Zeppelin (lo è ancora, si sente) nel 2018 ha anticipato il compagno (ex) di band nel pubblicare un disco di hip-hop ed elettronica a tutti gli effetti. “Anticiparlo nel 2018” è una frase che fa sorridere al solo pensiero: visti i tempi di De La Rocha, che definire biblici è poco (dopo l’anticipazione del 2016 che sembrava dire: questa è la volta buona, è più facile che ascolteremo prima il nuovo album dei Tool).

L’album hip-hop fatto dal RATM sbagliato? Dirlo è ingeneroso e ingiusto nei confronti di Morello, che tra l’altro a rappare nemmeno ci prova: The Atlas Underground è un disco di collaborazioni. Ogni pezzo ha almeno un featuring (quando non sono due o tre). Alcune combinazioni sono intriganti, altre interlocutorie. Tra i brani riusciti metterei con convinzione la traccia finale, Lead Poisoning, con i feat. di GZA e RZA (Wu-Tang Clan) che per la serie incontri-con-MC è il brano più movimentato e in fin dei conti migliore. Meglio di Rabbit’s Revenge, nonostante le presenze di Bassnectar, Big Boi e Killer Mike facessero ben sperare. Se la prospettiva però è quella di sentire i Rage in salsa dance (Vigilante Nocturno: l’inizio simil-gospel che mi rappresenta?), in versione house (Where It’s at Ain’t What It Is) o trattati (meglio) sempre in chiave hip-hop ma con un fondo più morbido e groovy (One Nation), in esercizi che di fatto somigliano a un’operazione di remix della vecchia band con i riff strariconoscibili – l’unica differenza con i RATM è l’uso dell’elettronica un tempo bandito per la famosa scelta estetica-ideologica – non gridiamo allo scandalo, ma qualche perplessità la solleviamo.

Viceversa ci sono brani che escono da quegli schemi e sono i più interessanti, come Every Step that I Take (feat. Portugal the Man e Whethan), la quasi trap di We Don’t Need You (feat. Vic Mensa), il soul elettronico Find Another Way (feat. Marcus Mumford) dove la chitarra non è il solito riff ma ha un senso melodico perfetto per il pezzo. L’electro house di How Long (con Steve Aoki) non ci manda proprio in visibilio ma azzarda una via (quasi) nuova e Lucky One con K. Flay si fa comunque apprezzare. The Atlas Underground ha il pregio di non essere un disco serioso e come divertissement è anche, appunto, divertente. L’idea non era male, si poteva giocare meglio (a tratti molto meglio).

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