Recensioni

La suggestione di una pellicola come approdo finale per Peaky Blinders serpeggia già prima dalla messa in streaming della sua sesta stagione nel 2022, quando fu lo stesso Steven Knight ad avanzarne l’ipotesi. Una scelta interessante innanzitutto sul piano linguistico, dato che il formato cinematografico consente di sondare le differenze rispetto alla serialità, specie nel caso di un titolo – come Sherlock – che ha sempre prediletto una struttura ibrida, a metà tra minipellicole ed episodi propriamente detti.
D’altra parte, osservata con l’ottica di un successivo “capitolo extra”, la stagione conclusiva lasciava ampi margini per ulteriori sviluppi. Il punto, però, è che quel qualcos’altro prende forma in un film e un film difficilmente può limitarsi a essere un “capitolo extra”. La sfida era dunque costruire un’opera compiuta e autonoma, senza perdere di vista il suo essere la conclusione di uno show Netflix. In altre parole, rendere coerente un oggetto narrativo dalla natura ibrida, magari trasformando questa ambiguità in un punto di forza.

Peaky Blinders: The Immortal Man riesce in entrambe le cose: è un film a tutti gli effetti, dotato di una propria identità ideativa, ma anche capace di vivere degli echi televisivi e della statura acquisita nel tempo dal sottobosco della Birmingham della prima metà del Novecento e, soprattutto, dal personaggio di Tommy Shelby. Un immaginario ormai sedimentato, grazie anche all’interpretazione di Cillian Murphy, nella cultura popolare, in particolare tra il pubblico maschile britannico.
Il film non può che orbitare attorno alla guerra, ponte semantico che collega il vissuto traumatico di Tommy e Arthur con la violenza cieca del mondo esterno. L’incipit – magnetico, come da tradizione – delinea la cornice storica, richiamando il piano nazista di diffusione di false sterline e il bombardamento della fabbrica BSA di Birmingham nel 1940, prima di reintrodurre gli Shelby nel racconto.

Dopo gli eventi della serie, Tommy ha dato forma concreta ai propri fantasmi ritirandosi in una villa di campagna infestata, intento a scrivere un libro sulle sue perdite. Un’esistenza sospesa, da uomo già morto. Nel frattempo, all’esterno, il suo popolo – i gipsy – continua a subire persecuzioni ad opera di un suprematismo arrivato nel frattempo alla sua forma più spaventosa, in grado di tentare anche suo figlio Duke (Barry Keoghan).
Il suo ultimo atto sarà un ritorno nel mondo dei vivi, spinto da una presenza che incarna quegli stessi spiriti che lo tengono in ostaggio, nel tentativo di ottenere una redenzione personale e salvare una discendenza ormai smarrita. In altre parole, capire se dal “male possa ancora nascere qualcosa di buono”.
Gli anni non hanno minimamente scalfito la forza dell’impronta visiva della serie di Knight e la regia di Tom Harper la richiama costantemente, cercando di amplificarla in chiave più muscolare. L’approccio postmoderno, intriso di suggestioni punk e di un senso diffuso di sporcizia, continua a convivere con elementi lirici e metafisici. Terra e cielo, industria e natura, razionalità e caos si fondono in una forma di animismo che permea ambienti e personaggi, esaltata da ralenti iconici e da scelte musicali incisive (dalle riletture di Red Right Hand di Nick Cake o di Teardrop e Angel dei Massive Attack a proposte originali).

A completare il quadro contribuiscono una fotografia sempre funzionale e riconoscibile e, soprattutto, la presenza scenica di Cillian Murphy, ancora una volta monumentale, capace di riempire un vuoto tangibile attorno a lui, nonostante la presenza di nomi di rilievo come Tim Roth e Rebecca Ferguson, tra personaggi poco sviluppati e interpretazioni non particolarmente ispirate.
Il vero limite di Peaky Blinders: The Immortal Man risiede però nella scrittura, forse troppo concentrata nel giustificare l’esistenza stessa del film. L’intreccio si rifà a un impianto shakespeariano tout court applicato alla saga degli Shelby, ma si sviluppa in modo eccessivamente lineare, affidandosi a snodi prevedibili e a suggestioni ormai logore per l’immaginario in questione. Ne deriva un racconto privo di autentici sussulti, incapace di restituire quella dimensione epica ed emotiva che un simile finale avrebbe richiesto. Una mancanza pesante, soprattutto per una storia che, con la sua conclusione, aveva già fatto più volte le prove generali.
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