Recensioni

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Dove è andato a parare il cantautorato? Paolo Saporiti è autore sagace, tutto dialettica corpo/mente, in perenne ricerca di sintesi organica. E il rock, dove si è eclissato? Quesito per Iriondo e Prette, uno speleologo del suono, l’altro un “fuoriuscito” di classe, attualmente in stato di grazia.

Siamo sui Todo Modo, leale tentativo di rifarsi all’opera di Sciascia, tra le più adatte a parallelismi col passato. Todo Modo ha nessi forse più con la pellicola di Petri che con l’opera dello scrittore di Racalmuto, per quel motivo che porta il rock ad amoreggiare col cinema da sempre. Nesso trascurabile. E allora ritorniamo al punto: come accade spesso in musica, la corda dei pensieri è così tesa da far saltare i perni, passato e presente si ingarbugliano nei testi come negli arrangiamenti, verismo e partigianeria zigzagano linee gotiche.

Il lavoro fin qui prodotto suggerirebbe una mappatura boccaccesca, ma siamo nell’istigazione che spinge a pensare, a muoversi e a scombinare le frazioni in campo, che sono, per quello che ci riguarda, il cantautorato e il rock, dinosauri non ancora estinti quasi quanto la Democrazia Cristiana. Nei brani è facile riscontrare un triangolo di bravure coagulate per diventare cosa non poi così nuova, sia ben chiaro, ma gradita. Gli ideali di Saporiti, che qui scrive e canta tutto graffiando fino allo sfiato per poi ricomporsi, condensano un tracciato di storia che dalla tradizione anglosassone passa per il grunge e spinge il carro verso la sperimentazione e l’effettistica. In Togli le mani da lei e a maggior ragione in Soffocare, troviamo quel cantautore intento da cinque anni a studiare un proprio iter personale fatto di Eros e Thanatos religioso, avvolto in nubi nere come forza furia dal gusto abissale e dal taglio psicologico. Acustica e verbo in lui si collocano spesso su piani non sempre prospicienti, tanto da dettare le tracce di un percorso irto, s’è detto, ma unico nel suo genere.

Puttane e miele, Il mio amore per te, Alle volte, sono l’operato di una mano musicale ferrata come quella di Iriondo, abile nel desumere partiture da situazioni al limite, e di Prette che fa la parte del “normale”, perchè su tre, uno che tiene la barra dritta ci vuole; delimita, nel suo non dire ma fare rock disciplinato, il confine tra reale e irreale, che qui non solo si percepisce, ma si taglia anche visibilmente. Il noise ricorda sì tanti “già sentiti” degli Afterhours, ma anche strati di materia già toccati dal chitarrista in tutti i suoi esperimenti ultimi e spiazzanti, che bene si mescolano al nuovismo intricato del cantante milanese. Un triangolo, questo, che va in bolla sul finale con L’attentato, speciale brano mantra che riprendendo stralci della pellicola di Petri, fa rivivere quel nodo amoroso.

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