Recensioni

Un’attrice, Elizabeth Berry (Natalie Portman), si reca a Savannah per studiare da vicino Gracie Atherton-Yoo (Julianne Moore), una donna che, una ventina d’anni prima, è finita in prigione per essere stata sorpresa a letto con un tredicenne, Joe (Charles Melton). Dopo la scarcerazione, Gracie e Joe si sono sposati e hanno avuto tre figli. La loro storia diventa il soggetto per un film, tocca a Elizabeth interpretare Gracie. Al suo arrivo, Gracie si sta preparando per un barbecue in famiglia. Apre il frigo, la sua espressione si fa seria, il pianoforte stridente di Marcelo Zarvos irrompe sulla scena. “Non penso abbiamo abbastanza hot dog”. E poi lo stacco su una griglia piena di hot dog.

Questa sola immagine è bastata a parte della critica per definire May December, il nuovo lavoro di Todd Haynes, una pellicola camp. È vero, un sorriso lo strappa, ma basterebbe recuperare la definizione formulata da Susan Sontag per capire che Haynes si muove fuori dal perimetro dell’“artificio”, della “giocosità” ed “esagerazione” di cui la scrittrice scriveva nel suo saggio breve Notes on camp: “Camp è il modo di vedere il mondo come fenomeno estetico. […] Enfatizzare lo stile significa sminuire il contenuto o introdurre un atteggiamento neutrale rispetto al contenuto. Va da sé che la sensibilità Camp è disimpegnata, depoliticizzata o almeno apolitica”.

Haynes non fa nulla di tutto ciò, anzi. Se, da un lato, la teatralità di cui parla Sontag è uno dei temi principali del film (ma ci torneremo dopo), non è l’attitudine generale della pellicola. Vien facile confondere le due cose perché Haynes, come già accaduto in passato con Carol o Lontano dal paradiso, si ispira in particolare al genere del melò. In effetti non è esagerato definire Todd Haynes il regista del melodramma moderno, capace di rimodellare sulla sensibilità contemporanea la lezione di registi come Douglas Sirk, un cineasta che usava il linguaggio artificiale per trasmettere verità. La “verità” che Haynes cerca di tirar fuori è un trauma, quello che Joe ha vissuto e che non è mai riuscito ad elaborare in tanti anni di matrimonio. 

Un tema, quest’ultimo, che arriva pian piano, perché lenta e difficile è l’evoluzione che Joe compie. Prima di questo, però, emerge il rapporto tra Elizabeth e Gracie, tra l’attrice e il personaggio. L’arte che imita la vita e la vita che imita l’arte. Anche l’imitazione – o, per meglio dire, il tentativo di imitazione – è un tema ricorrente nella filmografia di Todd Haynes, che decostruisce e riplasma le icone culturali a suo piacimento (i miti musicale di David Bowie, Bryan Ferry, Marc Bolan e Bob Dylan in Velvet Goldmine e I’m Not There, i pastiche del già citato Douglas Sirk, Alfred Hitchcock, Jean Genet e Fassbinder in Far from Heaven e Poison).

In May December, in particolare, l’imitazione diventa centrale attraverso il tema della performance. Qualcosa di finto che dà l’impressione di aderenza alla realtà, ma non è tale (Gracie crede di non avere abbastanza hot dog, ma in realtà ne ha fin troppi). Quando Elizabeth incontra Gracie per la prima volta osserva: “You look taller on television, but we’re basically the same size.” Siamo praticamente uguali. In quel “basically” c’è tutto lo sforzo che Elizabeth compirà per cogliere tutti i particolare nascosti di Gracie, quelli che vanno oltre la superficie dei tabloid e copiarli, esattamente come in un processo meta-cinematografico Natalie Portman imita Julianne Moore (e ci riesce benissimo, anzi. “Quasi” benissimo). Ma uguali, loro due, non lo saranno mai: questo sforzo continuo si traduce nell’angoscia e nella ripetizione dei ciak della scena finale, quando Elizabeth è finalmente sul set per girare le sue scene e non è mai soddisfatta del risultato. Quando il cerchio si chiude quel “praticamente uguali” assume un tono più orrifico. È il tema tradizionale del doppio: Elizabeth nel processo di imitazione diventa psichicamente divisa, mai del tutto sé stessa mai del tutto Gracie, e anche la storia che tenta di interpretare assumerà dei contorni contraddittori, a cominciare dallo stupro che Gracie avrebbe subito dallo zio in giovane età (ma che lei smentisce). Se Gracie non riesce a far sì che la sua sia semplicemente una vita come tante, forse è meglio che sia una storia, piuttosto che uno scandalo. Se il suo scopo sia stato raggiunto, non lo sapremo mai. 

Entrambe infatti avvertono il desiderio di raccontare la storia così come dovrebbe essere raccontata, ma entrambe finiscono per essere narratrici inaffidabili. Se Gracie accetta di essere studiata e interpretata da Elizabeth, è perché fino ad allora a raccontare la sua storia ci sono state solo produzioni a basso costo e ridicole (Elizabeth invece presenta il film come “un progetto indipendente”). Un po’ come (coincidenza?) Charles Melton, che qui supera brillantemente il passaggio dalla tv mediocre (Riverdale) al prestige drama, e ci offre la performance più emozionante della pellicola.

È lui, senza dubbio, il cuore della storia. May December non è una banale storia di ossessione di un attore per il suo personaggio. Nonostante Elizabeth sia disposta a tutto per catturare l’essenza di Gracie (come masturbarsi nel luogo in cui i due in passato hanno fatto sesso) ma con scarsi risultati, Todd Haynes dimostra che invece lui può arrivare al centro, svelare un’identità, e lo fa con due semplici scene: il confronto di Joe prima con suo figlio, poi con Gracie. Quella di Joe è la storia di un abuso, che Haynes sa raccontare senza sminuirlo, attraverso un pathos che non sa di plastica ma è sincero, viscerale.

E lo fa anche mostrando che tutto il resto è estremamente artificioso, a cominciare dai filmati tv stile Real Time sulla storia di Gracie che Elizabeth analizza. Questo film, insomma, ci spinge anche a riflettere sulla nostra ossessione per i true crime. Cos’è che ci appassiona davvero di questo genere di narrazione? Perché ne siamo così ossessionati? Non sarà che, a furia di ascoltare podcast, ci siamo anestetizzati e perdiamo di vista il dolore vero che la gente ha provato, solo per provare l’ebrezza del racconto ricco di suspense e musichette piene di tensione?

E poi: il proliferare di biopic al cinema cosa comporta? C’è verità in questo genere di film o è solo una corsa hollywoodiana al personaggio più famoso? È più importante catturare l’essenza del personaggio o rispettare fedelmente gli eventi della loro vita? (A questa domanda, Todd Haynes ci ha risposto già con Io non sono qui).

A dare enfasi alla storia c’è la colonna sonora di Marcelo Zarvos, che ha riadattato la colonna sonora a firma di Michel Legrand di un altro film, Messaggero d’amore di Joseph Losey, già usata (guarda caso) per un noto programma di true crime francese, Faites entrer l’accusé. La musica originale ha accompagnato Haynes in tutto il processo di scrittura, e alla fine è diventata parte del film stesso, con lo scopo di tenere sempre in allerta lo spettatore.

Il ritorno alla fiction di Todd Haynes (il suo ultimo film era del 2019, Cattive acque, è del 2021 invece il documentario The Velvet Underground) è una prova riuscita che può essere definita il lavoro definitivo del regista. Non perché sia la sua opera migliore, ma perché è quella che riassume al meglio le sue influenze e la sua sensibilità.

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